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I determinanti sociali del benessere | Matteo Bessone

Intervista a Matteo Bessone, psicologo e psicoterapeuta

“Non essere povero. Se puoi, smetti. Se non riesci, cerca di non essere povero per molto tempo. Non vivere in un’area deprivata. Non essere disabile o non avere un figlio disabile. Non fare un lavoro malpagato…”. E l’elenco continua. Sono le dieci regole per stare bene e in salute dell’Università di Bristol. Sono spiazzanti, perché traducono alcuni dei “determinanti sociali della salute mentale”: le condizioni socio-economiche che incidono sul nostro benessere psicologico. E mostrano come questioni apparentemente individuali possano avere radici collettive. Anche le risposte, quindi, non possono essere soltanto individuali. Ne è profondamente convinto lo psicologo Matteo Bessone, che di questa impostazione ha fatto il pilastro del suo lavoro e che a Torino ha dato vita a due esperienze che provano a tradurla in pratica.

Come sono nati lo sportello “TiAscolto!” e la “Scuola Popolare di Salute Mentale”?

Ci tengo a segnalare che, prima di occuparmi della salute degli altri, sono stato una persona che ha attraversato problemi di salute mentale propri. Questa esperienza mi ha aiutato a comprendere alcune questioni fondamentali, che poi sono entrate nel mio lavoro. Lo sportello “TiAscolto!” è attivo dal 2014 e offre interventi psicologici come servizio di prossimità per le persone del territorio. La “Scuola Popolare di Salute Mentale”, invece, nasce dall’idea che la salute mentale non sia di pertinenza esclusiva di esperti e professionisti. Ha coinvolto cittadini e cittadine in un percorso collettivo di partecipazione e riflessione. Sono esperienze diverse per metodi e obiettivi, ma entrambe provano a mettere in discussione l’idea della salute mentale come questione esclusivamente individuale, specialistica e tecnica, per ricollocarla nello spazio del collettivo.

Dal vostro osservatorio, come sono cambiati negli ultimi anni i bisogni legati alla salute mentale?

Si è ampliato il concetto stesso di “salute mentale”. Accanto alle persone con un disagio persistente e profondo, che richiede una presa in carico complessa, oggi rientrano nella salute mentale anche forme di disagio più lieve, quelle che un tempo venivano considerate la “piccola psichiatria”, soprattutto ansia e depressione. Quando si parla dell’aumento dei problemi di salute mentale ci si riferisce in gran parte a queste difficoltà.

“La “Scuola Popolare di Salute Mentale”, invece, nasce dall’idea che la salute mentale non sia di pertinenza esclusiva di esperti e professionisti. Ha coinvolto cittadini e cittadine in un percorso collettivo di partecipazione e riflessione.”

Quali fragilità incontrate più frequentemente?

Incontriamo soprattutto persone isolate, sole, che utilizzano la psicoterapia anche per rispondere a una sorta di obbligo sociale: dobbiamo stare bene, dobbiamo guarire i nostri mali. Molti vanno dallo psicologo in una maniera analoga a come anni fa si andava in piazza, o forse dal prete, anche per colmare quella solitudine. C’è poi un tema legato al rapporto con la sofferenza: tendiamo a eliminare dolore e morte dal nostro orizzonte, mentre fanno parte della vita.

Il rischio è che la salute mentale diventi l’unica chiave con cui leggiamo forme diverse di malessere?

Sì, se immaginiamo la salute mentale soltanto come una questione diagnostica e di malattia, è inevitabile che i primi interlocutori diventino gli specialisti. Ma la salute mentale è anche una cornice culturale, che cambia nel tempo. In alcuni casi è importante aiutare le persone a riconoscere che la sofferenza che vivono non è necessariamente un disturbo o qualcosa di sbagliato in loro, ma può avere a che fare con le condizioni del mondo “brutale” in cui vivono.

In altre parole, se allarghiamo troppo l’etichetta “salute mentale” rischiamo di non guardare più alle condizioni sociali che producono malessere?

Esattamente. Leggere tutto solo in termini di salute mentale può liberarci dal dover approfondire veramente. Dire “ci vuole lo psicologo scolastico” può diventare un modo per non ripensare davvero la scuola e le condizioni in cui i ragazzi vivono. Soprattutto in una fase di crescita, scoprire che il mondo a volte fa male, e attrezzarsi piano piano, potrebbe invece diventare il ruolo della scuola senza appaltare tutto allo psicologo.

“In alcuni casi è importante aiutare le persone a riconoscere che la sofferenza che vivono non è necessariamente un disturbo o qualcosa di sbagliato in loro, ma può avere a che fare con le condizioni del mondo “brutale” in cui vivono.”

I cambiamenti sociali e tecnologici in corso incidono su questa estensione dei bisogni di salute mentale?

Credo di sì. Pensando ai social network, vedo almeno due aspetti. Da una parte, la grandissima circolazione di contenuti e narrazioni sulla salute mentale influenza il modo in cui le persone, soprattutto gli adolescenti, concepiscono sé stesse e le proprie difficoltà. Dall’altra c’è un effetto sulle relazioni: nella relazionalità mediata dai social network c’è qualcosa che può compromettere la salute mentale e che in alcuni casi comincia a essere inquadrato anche in termini di dipendenza. Gratificazione immediata, difficoltà nell’attesa e nella noia sono elementi sempre più presenti. Il problema non sono i giovani: sono le persone più vulnerabili sui quali si riverberano storture dell’ecosistema sociale che cambiano molto rapidamente.

Cosa sono i “determinanti sociali” della salute mentale?

È un approccio epidemiologico che osserva come salute, malattia, cure e risorse si distribuiscano tra diverse fasce della popolazione. La salute mentale non è distribuita casualmente, ma segue anche il profilo socio-economico. I determinanti sociali sono le condizioni nelle quali persone e comunità nascono, crescono, lavorano e invecchiano: istruzione, reddito, lavoro, qualità dell’abitazione…. Ci mostrano che il contesto in cui viviamo non è qualcosa di esterno, ma incide direttamente sulla nostra salute. C’è poi un livello ancora più ampio: alcuni studi mostrano che le società caratterizzate da maggiori disuguaglianze espongono tutte le persone a un rischio maggiore di problemi di salute mentale, indipendentemente dalla loro posizione sociale. Questo ci parla dell’importanza della coesione sociale: una comunità vitale può ridurre il rischio di insorgenza di queste problematiche.

“Il problema non sono i giovani: sono le persone più vulnerabili sui quali si riverberano storture dell’ecosistema sociale che cambiano molto rapidamente.”

Cosa significa, concretamente, occuparsi di salute mentale a partire da queste condizioni sociali? E chi dovrebbe occuparsene?

Significa occuparsi anche di disuguaglianze, precarietà lavorativa e abitativa, accesso alle cure. La salute mentale diventa così una questione sociale, politica e di diritti. Il diritto a una terapia adeguata è importante, ma lo è altrettanto poter contare su condizioni minime di vita che non mettano a repentaglio la salute mentale delle persone. Da questo discende che su questo tema ci sia a una responsabilità da condividere tra diversi soggetti: Terzo settore, che può contribuire a co-progettare servizi capaci di migliorare la qualità della vita delle persone, Enti locali, fino alle politiche pubbliche.

Guardando al futuro, che cosa si aspetta sul fronte della salute mentale?

Credo che, come tutti i processi storici, anche questa grande enfasi sulla salute mentale progressivamente scemerà. Spero però che, oltre a domandarci quanto crescano i tassi dei diversi disturbi, riusciremo a prendere seriamente in considerazione le condizioni in cui viviamo. La qualità del tessuto sociale ha un impatto sulla salute mentale. La capacità di stare insieme e di immaginarci come parte dello stesso mondo e dello stesso destino è decisiva. Mi auguro che riusciremo a riappropriarci di questa consapevolezza e anche della fiducia di poter andare verso questa direzione.

Dalla rivista Fondazioni settembre 2026