Intervista a Felicia Giagnotti, Presidente di Progetto Itaca
Nata a Milano nel 1999 dall’iniziativa di un piccolo gruppo di persone con un’esperienza diretta della malattia mentale, Progetto Itaca è oggi presente in Italia con 18 sedi. Dal numero verde agli incontri nelle scuole, dai percorsi per familiari e insegnanti, agli spazi di aggregazione, Itaca lavora per offrire informazione, prevenzione, supporto e orientamento a familiari e pazienti. Ne parliamo con la presidente della Fondazione, Felicia Giagnotti, che a questa esperienza ha legato anche una parte importante della propria storia personale.
Progetto Itaca nasce dall’iniziativa di pazienti e familiari. Quale bisogno accomunava quel primo gruppo?
L’aver vissuto direttamente la depressione o altre forme di disturbo mentale. Avevano tutti conosciuto il disorientamento, la difficoltà di capire che cosa stesse accadendo e a chi rivolgersi. Quasi trent’anni fa di salute mentale si parlava molto poco: certi comportamenti venivano attribuiti al carattere, alla stravaganza o, come colpa, alla famiglia. Itaca è nata per affermare prima di tutto che la malattia mentale è una malattia, che può e deve essere curata. Il pregiudizio nasce spesso dalla mancanza di conoscenza, per questo informazione e formazione restano strumenti essenziali. Progetto Itaca è formata da persone esperte e volontari, ma non è una struttura sanitaria. La forza di Itaca è l’esperienza di chi ha attraversato personalmente i passaggi legati alla malattia e sa quanto contino le informazioni chiare, le indicazioni affidabili e la possibilità di non sentirsi soli.
Quali sono oggi le principali attività della Fondazione?
La prima iniziativa, avviata nel 2000 e ancora attiva, è stata l’organizzazione di una linea telefonica nazionale gratuita di ascolto e orientamento. Oggi la Linea di Ascolto, sempre in funzione, riceve oltre 8mila telefonate l’anno, gestite da una trentina di volontari formati. Le persone chiamano perché non sanno come interpretare alcuni segnali, quale servizio contattare o come aiutare un familiare. Dalle telefonate è emerso sin dai primi momenti la necessità di fare prevenzione. Di conseguenza, nel 2001 abbiamo iniziato un progetto di prevenzione nelle scuole secondarie superiori; oggi incontriamo oltre 15.000 studenti in centinaia di istituti in tutta Italia, con volontari e giovani psichiatri. Non facciamo conferenze, ma incontri interattivi nei quali i ragazzi possono porre domande, anche in forma anonima. A emergere sono soprattutto disturbi di ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno, consumo di sostanze, dipendenza dai social e linguaggio ostile. A questi progetti si sono affiancati nel tempo percorsi di formazione per familiari, docenti e volontari, gruppi di auto aiuto, attività di inclusione sociale e accompagnamento verso il lavoro.
“La malattia mentale è una malattia, che può e deve essere curata. Il pregiudizio nasce spesso dalla mancanza di conoscenza, per questo informazione e formazione restano strumenti essenziali”
L’ascolto attraversa tutte queste esperienze. Che cosa significa, concretamente, ascoltare una persona che chiede aiuto?
Significa prima di tutto accoglierla senza giudicarla e aiutarla a dare un nome a ciò che sta vivendo. Le persone che telefonano sono spesso confuse, spaventate o si sentono responsabili della malattia propria o di un familiare. Noi non facciamo diagnosi e non sostituiamo i professionisti, ma possiamo orientare verso i servizi e trasmettere la consapevolezza che esiste un percorso possibile. L’ascolto è decisivo anche con i giovani. Quando trovano uno spazio protetto, parlano con grande franchezza: raccontano la paura di non essere all’altezza, gli attacchi di panico, l’isolamento, la vergogna di esporsi davanti ai compagni. In alcune classi, ragazzi che avevano sempre nascosto la propria sofferenza hanno scelto di condividerla e hanno trovato vicinanza, non derisione. Questo cambia lo sguardo degli altri, ma anche quello che una persona ha su di sé. Sono state proprio le classi coinvolte a suggerirci di organizzare degli incontri anche per i familiari e i docenti.
Perché questa richiesta?
Perché secondo loro i genitori e i docenti hanno molti pregiudizi sulle questioni legate alla salute mentale. Effettivamente, nonostante i grandi passi in avanti, lo stigma è ancora presente ed è legato a scarsa conoscenza, pregiudizio e vergogna che spingono le persone e le famiglie a ritardare la richiesta di aiuto.
“L’ascolto è decisivo anche con i giovani. Quando trovano uno spazio protetto, parlano con grande franchezza: raccontano la paura di non essere all’altezza, gli attacchi di panico, l’isolamento, la vergogna di esporsi davanti ai compagni”
I Club Itaca mettono al centro proprio il sentirsi parte di una comunità. Come funzionano?
Sono spazi di aggregazione nati per contrastare una delle conseguenze più pesanti della malattia: l’isolamento. Le persone che li frequentano non sono chiamate pazienti, ma soci. La partecipazione è gratuita e volontaria. Ogni socio decide quando venire, ma quando è al Club prende parte alla vita comune: si programma la giornata, si fa la spesa, si cucina, si riordinano gli spazi, si organizzano corsi, attività sportive e uscite. Staff e soci lavorano insieme, senza che la malattia occupi il centro della relazione. Nel Club nessuno è definito dalla propria diagnosi e può davvero tornare a prendere in mano la propria vita. Anche un compito semplice restituisce la sensazione di essere utile e di poter contribuire. Da lì si possono ricostruire fiducia, autonomia e relazioni. Quando le condizioni lo permettono, accompagniamo i soci anche verso tirocini e inserimenti lavorativi, attraverso rapporti diretti con le aziende. In questi anni, in tutta Italia, alcune centinaia di persone hanno avuto un’opportunità di lavoro. Non sempre il percorso è lineare, ma anche un’esperienza a termine può diventare un passaggio importante.
La rete del territorio è importante per la salute mentale?
Sì, perché la cura non può esaurirsi nella risposta alla fase acuta o nella prescrizione di un farmaco. Servono i centri di salute mentale, gli psichiatri, gli psicologi, gli infermieri e gli assistenti sociali, ma servono anche la famiglia, la scuola, le associazioni, i luoghi di aggregazione e i luoghi di lavoro. Una persona può stare meglio sul piano clinico e tuttavia aver perso anni di studio, relazioni, autonomia economica e fiducia. Se intorno non esiste una rete capace di accompagnarla, il rischio di ricadere nell’isolamento è molto alto. Lavorando in 18 città d’Italia, possiamo dire che le reti esistono già ma spesso non hanno risorse sufficienti per rispondere a una domanda crescente. Manca il personale e la continuità nei percorsi di riabilitazione e inclusione. Le Case di comunità possono essere un passo avanti: avvicinano i servizi ai cittadini e riuniscono figure professionali diverse, capaci di lavorare insieme. Possono offrire un primo riferimento e inserire la salute mentale in una presa in carico più ampia. Ci vorrà tempo affinché il modello entri a regime, ma la direzione è giusta.
“Le reti esistono ma spesso non hanno risorse sufficienti. Manca il personale e la continuità nei percorsi di riabilitazione e inclusione. Le Case di comunità possono essere un passo avanti: avvicinano i servizi ai cittadini e riuniscono figure professionali diverse”
La sua storia personale è profondamente legata a quella della Fondazione…
Ho conosciuto la malattia mentale sin da adolescente, una persona a me molto vicina ha sofferto non solo per la depressione, ma anche per la mancanza di conoscenza e comprensione intorno a sé. In età adulta ho avuto anch’io disturbi dell’umore ed è stato fondamentale incontrare persone e strutture che mi hanno supportata. Mi sono avvicinata a Itaca alla fine del 1999, prima come volontaria; poi ho partecipato ai gruppi di auto aiuto e ai corsi di formazione, che in seguito ho contribuito a organizzare. Oggi presiedo la Fondazione, ma continuo a riconoscermi in quella prima intuizione: ciò che abbiamo vissuto può diventare utile a qualcun altro. Non cancella la sofferenza, ma le dà una direzione e permette a molte persone di trovare prima la strada che noi abbiamo cercato a lungo.
Dalla rivista Fondazioni settembre 2026




