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Non è un’escape room, ma se ne può sempre uscire

«Se penso alla scuola di dieci anni fa, per i corridoi, sento qualcuno che litiga, uno che urla, un altro che sbatte la porta perché ha preso magari un brutto voto. Questo c’è an­cora oggi, ma c’è di nuovo che ora, spesso, sento anche singhiozzare». Stefano Paterno­ster è un professore di religione del liceo lin­guistico Sophie Scholl di Trento. Quando gli chiediamo da quanto tempo insegna, lui si prende qualche secondo per fare dei calcoli e ci risponde che saranno una trentina d’an­ni. Ci dice che in tutto questo tempo non ha mai dovuto affrontare un cambiamento così forte e repentino nel mondo della scuola.

Lo incontriamo in una sala della Fondazio­ne Caritro per parlare del progetto “Lunatici”, un’escape room ideata dall’Associazione AMA e sostenuta dalla Fondazione per affrontare il tema della salute mentale con adolescenti e giovani attraverso il gioco. Nella sala con lui ci sono Miriam Vanzetta e Linda Tovazzi dell’As­sociazione AMA e Saverio, un giovane volon­tario che opera in anonimato e del quale non specificheremo il cognome. Prima di raccon­tare il progetto in maniera più approfondita, discutiamo delle ragioni di questo cambia­mento e di come intercettare i bisogni dei più giovani.

AMA, ad esempio, si occupa da trent’anni di auto mutuo aiuto nella provincia di Trento e, recentemente, ha visto cambiare in maniera profonda le richieste che arrivano dal terri­torio. Sempre più spesso sono state proprio le scuole, e talvolta direttamente gli studenti, a chiedere spazi per parlare di salute men­tale. «In questi ultimi anni abbiamo visto un abbassamento dell’età di richiesta d’aiuto incredibile» ci dice Miriam Vanzetta, direttri­ce dell’associazione. «AMA non frequentava molto le scuole, ma con il tempo sempre più docenti e ragazzi, rappresentanti d’istituto o di classe ci trovavano su internet e ci chie­devano di venire a scuola a parlare di salute mentale». Per farci capire quanto sia urgente questa richiesta ci racconta di ragazzi mino­renni che chiamano l’associazione per avere conferma di poter essere accolti nelle attività appena compiuti i 18 anni.

Saverio, che come volontario risponde a chi ha bisogno tramite chat anonime, ci racconta: «Quando io ho iniziato, tre anni fa, i messaggi erano un po’ diversi, spes­so riguardavano problemi quotidiani. Negli ultimi tempi ci scrivono maggiormente per situazioni più gravi».

La presenza di una rete predisposta all’ascol­to dei bisogni del territorio ha permesso la costruzione di una risposta. Una costruzione nel senso più letterale del termine perché, come abbiamo anticipato, Lunatici è un’e­scape room: uno spazio fisico che i parteci­panti esplorano, toccano e indagano per circa un’ora, affiancati da educatori professionali, per poi dedicare un’altra ora a un momento di confronto finale, in cui l’esperienza viene elaborata per favorire maggiore consapevo­lezza e introspezione. Nella prima edizione è stata allestito a Palazzo De Maffei (Lavis – Trento) e per la seconda edizione prevista per novembre 2026 si terrà a Palazzo del Bene a Rovereto, sede della Fondazione Caritro.

Un progetto ambizioso che richiede compe­tenze specifiche ma anche ampi spazi e ri­sorse: «Senza Fondazione Caritro questo sa­rebbe rimasto un sogno nel cassetto – dice Miriam Vanzetta –. Non solo hanno sostenu­to l’attività ma sono stati interlocutori, co-or­ganizzatori e co-costruttori di tutto questo processo».

I dipendenti della Fondazione e la presidente Patrizia Galvagni hanno provato direttamen­te l’escape room. «La Fondazione ha anche un obbligo morale come ente filantropico di cercare di investire su questi temi», ci rispon­de quando le chiediamo cosa abbia pensato quando ha ricevuto la proposta, «ovviamente va fatto in maniera responsabile ma bisogna assumersi anche il rischio di dire: provo a fare questo progetto». C’è una forte consapevo­lezza nelle sue parole: «Non sarebbe stato possibile raggiungere dei giovani usando lo stesso linguaggio e gli stessi strumenti che usiamo con gli adulti, sarebbe stato subito un fallimento. Bisognava cercare qualcosa che fosse nelle loro corde».

E quindi un’escape room, un gioco che mol­ti ragazzi e ragazze del territorio conoscono e frequentano e che aiuta ad attirare la loro attenzione e coinvolgerli: «Abbiamo cercato di utilizzare la metodologia della gamification perché sappiamo che nel gioco, nelle espe­rienze, le persone vengono anche coinvolte emotivamente in un certo modo e questo può aprirle in un altro modo alla riflessione, allo scambio di idee, alla condivisione» ci rac­conta Linda Tovazzi, psicologa di AMA.

“Lunatici è uno spazio fisico che i partecipanti esplorano, toccano e indagano,
affiancati da educatori professionali, per poi giugnere a un momento di confronto finale,
in cui l’esperienza viene elaborata per favorire maggiore consapevolezza e introspezione”

Costruire un’escape room utile ad affron­tare il tema della salute mentale, però, non era un esercizio banale, soprattutto con la consapevolezza condivisa di dover utilizza­re un linguaggio in linea con le aspettative e le esperienze dei ragazzi. Per questo Lunati­ci è stato sviluppato attraverso un percorso di co-progettazione con ragazzi e ragazze. Un gruppo di giovani ha lavorato insieme ad AMA alla costruzione dell’esperienza, mentre un questionario a domande aperte, diffuso in diverse scuole, ha raccolto testimonianze e storie di vita. «A noi non interessava ave­re dati quantitativi, ci interessavano le storie di vita, le testimonianze dei ragazzi», spiega Linda Tovazzi. È da quel materiale che han­no preso forma le diverse parti dell’escape room.

Dopo che tutto è stato allestito è arrivato il momento di far entrare le persone. Tut­te quelle che abbiamo incontrato l’hanno provata e ne parlano con piacere ma sono soprattutto le reazioni dei ragazzi a far ca­pire che l’esperimento ha funzionato. «Tan­ti ragazzi ci dicevano: è la prima volta che parlo veramente con le mie compagne», dice Miriam Vanzetta. «Ragazzi che sono quattro anni che tutti i giorni per tante ore stanno a scuola insieme e nell’esperienza di due ore dell’escape in tanti hanno detto: è la prima volta che ci parliamo veramente».

Lo conferma Stefano Paternoster che ci dice senza mezzi termini «questa esperienza ha funzionato» e non solo durante il gioco, «il tipo di chiacchiere all’andata e il tipo di chiac­chiere al ritorno cambiava». C’è stato stupo­re nel vedere persone taciturne aprirsi o altri condividere storie che nessuno conosceva. Un concetto che tornava spesso era quello di sentirsi utile, come ci spiega Saverio per il quale uno degli elementi più importanti è il gruppo: «Le attività vanno svolte principal­mente in gruppo e questo secondo me aiu­ta ad aprirsi». Questo è possibile perché al centro del gioco c’è la collaborazione oppo­sta alla competizione che pervade la nostra società e anche le scuole, come riconoscono tutti gli interlocutori al tavolo.

Infatti, nelle lunghe conversazioni con tutte le parti coinvolte in questo progetto, emer­ge sempre un tema centrale: intercettare questi bisogni e dare una risposta è positivo ma questi bisogni sono sempre maggiori e più pressanti. Le persone più giovani, ma non solo, si trovano sempre più spesso in condi­zioni di fragilità e malessere che devono es­sere affrontate prontamente. Senza dubbio si parla più spesso del tema e ci sono più parole per descrivere i diversi stati d’animo ma non è possibile fermarsi a questo. «Oggi i ragazzi non hanno più il tabù della salute mentale ma non basta questo, bisogna an­che capire come rispondere: adesso che posso dire che sto male, che posso dire che io piango, che non riesco a venire a scuola, che facciamo?» dice Stefano Paternoster. E, indirettamente, risponde in maniera chiara a chi dice che parlare troppo di salute mentale condiziona i ragazzi. Lo fa con una domanda retorica: «Chi è che andrebbe dal medico che fa una campagna di prevenzione su una ma­lattia pensando: basta fare queste campagne di prevenzione che le persone poi sono con­dizionate? Solo per la salute mentale si usa questo approccio».

Anche per questo il progetto Lunatici non si limita soltanto a riconoscere una difficoltà, ma tenta di far capire che chiedere aiuto è possibile e che bisogna sapere a chi rivolger­si. AMA, infatti, ha costruito una mappatura delle risorse presenti sul territorio e ha pre­parato materiali per gli insegnanti, in modo che il lavoro possa proseguire anche dopo l’esperienza. Il progetto coinvolge inoltre scuole, servizi sanitari, enti pubblici, associa­zioni e altre realtà del territorio.

La prima edizione ha coinvolto oltre 1.800 persone tra studenti, giovani, famiglie e cit­tadinanza. Accanto all’escape room ha preso vita il Festival di Lunatici con 52 eventi gra­tuiti – talk, mostre, laboratori, incontri con autori – tra Trento, Rovereto e Lavis, orga­nizzati grazie alla collaborazione di oltre 20 partner del territorio e con la partecipazione di oltre 1.600 persone. Assieme a Fondazio­ne Caritro è stato proposto l’evento “SWIPE X Lunatici” che ha portato sul palco il cantante Rkomi e il designer Gianpiero D’Alessandro per parlare di salute mentale assieme ai più giovani. A novembre si replica, stavolta con la cantante Clara, e sempre con la volontà di dare voce ai ragazzi. I dati raccolti attra­verso 1.404 questionari pre e post esperien­za hanno mostrato un impatto significativo: tra gli studenti: la percezione dell’utilità del confronto nell’affrontare difficoltà emotive è cresciuta dal 47,2% al 69,3%; tra la cittadi­nanza, dal 77,3% all’88,2%.

A novembre 2026 partirà la seconda edizione del Festival e tutti sono pronti a immerger­si nuovamente in questa esperienza con lo stesso metodo che ha contraddistinto la pri­ma edizione: non offrire risposte definitive e nemmeno trasformare il gioco in una terapia, ma creare una situazione nella quale sia pos­sibile fermarsi, riconoscersi nell’esperienza degli altri e iniziare a parlare in un modo in cui prima, magari, non si riusciva.

Giornata Europea delle Fondazioni

 

Il progetto Lunatici racconta una delle forme concrete che può assumere la prevenzione sociale: creare occasioni per parlare di salute mentale prima che il disagio diventi emergenza, usando linguaggi vicini ai ragazzi e spazi capaci di favorire ascolto, relazione e partecipazione. Questa è la stessa idea alla base di “Chi ben comincia. La comunità che previene”, la campagna promossa da Acri e Assifero in occasione della quattordicesima Giornata Europea delle Fondazioni.
Dal 24 settembre al 1° ottobre 2026, la campagna coinvolge oltre 150 progetti in tutta Italia, sostenuti da Fondazioni ed enti filantropici e realizzati insieme alle organizzazioni del Terzo settore. Esperienze diverse, accomunate dall’obiettivo di intervenire prima che le fragilità diventino emergenze e di contrastare isolamento e solitudine tra giovani, anziani, famiglie, caregiver e persone in condizioni di vulnerabilità.
La prevenzione, in questa prospettiva, non riguarda soltanto screening, visite e cure. Significa anche poter contare su relazioni significative, luoghi di incontro, attività culturali e sportive inclusive, sportelli di ascolto, percorsi di orientamento e servizi di prossimità. È una dimensione quotidiana e comunitaria del benessere, che si costruisce nei territori grazie al lavoro delle organizzazioni sociali e al sostegno delle Fondazioni.
Alla campagna è associata l’indagine SWG “La consapevolezza e il valore della prevenzione sociale”, dedicata al modo in cui gli italiani interpretano oggi il rapporto tra prevenzione, relazioni e vita comunitaria.
È possibile conoscere tutti i progetti partecipanti e approfondire la campagna su: www.chibencomincia.com

Dalla rivista Fondazioni settembre 2026