Intervista a Teresa Masciopinto, presidente della Fondazione Finanza Etica
Fondazione Finanza Etica lavora da tempo sui temi della sostenibilità della finanza, con un approccio che unisce ricerca, educazione finanziaria, advocacy e strumenti operativi, diventando una realtà di riferimento in Italia e non solo. Ne abbiamo parlato con Teresa Masciopinto, presidente della Fondazione Finanza Etica.
Quando e con quali obiettivi nasce Fondazione Finanza Etica?
Fondazione Finanza Etica nasce nel 2003, su iniziativa di Banca Etica, per affiancare all’attività bancaria un lavoro culturale, educativo e di ricerca sulla finanza etica. L’obiettivo era, e resta, quello di promuovere un modo diverso di intendere il denaro e il credito come strumenti che possono sostenere giustizia sociale, sostenibilità ambientale, pace, diritti e partecipazione democratica. La Fondazione lavora perché la finanza sia più comprensibile, più trasparente e valutata anche per gli effetti che produce sulle persone, sui territori e sulle comunità.
Quali sono le sue principali attività?
Oggi Fondazione Finanza Etica opera su più aree di intervento. La prima è quella dell’educazione critica alla finanza: realizziamo percorsi formativi rivolti a scuole, università, organizzazioni del Terzo settore, gruppi informali, donne in condizione di vulnerabilità economica, persone giovani e prive di cittadinanza. Un secondo ambito centrale è la ricerca. Produciamo studi, rapporti e strumenti di analisi sulla finanza etica, sulla sostenibilità, sull’impatto sociale, sul rapporto tra finanza e industria bellica, sulle disuguaglianze economiche e sulle trasformazioni del sistema bancario e finanziario. La Fondazione è inoltre impegnata in attività di advocacy e azionariato critico, attraverso la partecipazione a reti nazionali e internazionali, per promuovere trasparenza, responsabilità delle imprese, tutela dei diritti umani, contrasto alla crisi climatica e alla finanza disarmata. Infine, sosteniamo progetti sociali e territoriali coerenti con i valori della finanza etica, anche attraverso bandi, partnership e iniziative costruite insieme a organizzazioni della società civile, università, enti locali e reti dell’economia sociale.
“L’obiettivo era, e resta, quello di promuovere un modo diverso di intendere il denaro e il credito come strumenti che possono sostenere giustizia sociale, sostenibilità ambientale, pace, diritti e partecipazione democratica”
Negli ultimi anni la sostenibilità sembrava diventata un riferimento quasi obbligato anche nel mondo della finanza. Oggi, anche alla luce del nuovo clima politico internazionale, è ancora così?
Siamo entrati in una fase in cui la sostenibilità non può più essere data per scontata. Per alcuni anni è sembrata diventare un linguaggio quasi obbligato per banche, imprese, investitori e istituzioni. Oggi quel linguaggio è sottoposto a una doppia pressione: da un lato l’attacco politico alla finanza sostenibile, molto evidente negli Stati Uniti; dall’altro il rischio europeo di trasformare la semplificazione normativa in un indebolimento degli standard. Nonostante ciò, la transizione energetica continua a muovere investimenti rilevanti. Secondo BloombergNEF, nel 2025 gli investimenti globali nella transizione energetica hanno raggiunto 2.300 miliardi di dollari, in crescita dell’8% rispetto al 2024.
Cosa sta accadendo invece in Italia?
In Italia il quadro è più contraddittorio. Le persone, gli enti locali e le imprese sociali cercano strumenti utili ed efficaci, mentre molte politiche e molti investimenti restano ancora frammentati: le rinnovabili crescono, ma spesso incontrano ostacoli autorizzativi; le comunità energetiche hanno un grande potenziale, ma faticano a diventare pratica diffusa; il contrasto alla povertà energetica è riconosciuto come tema rilevante, ma non sempre è integrato nelle scelte finanziarie. Per questo la sostenibilità, oggi, si misura meno nei documenti di marketing e più nella capacità di rendere possibili progetti concreti, accessibili e verificabili. È un terreno su cui la finanza etica può dare un contributo specifico.
La fondazione è molto attiva anche sul campo dell’educazione finanziaria critica. Quali sono gli elementi che metterebbe in luce rispetto a questa attività?
L’educazione critica alla finanza, come preferiamo definirla, è uno degli ambiti più importanti del lavoro della Fondazione, perché tiene insieme conoscenze pratiche, consapevolezza civica e partecipazione. Per noi fare educazione critica alla finanza significa partire da spiegare come si legge un estratto conto, come si costruisce un budget o quali strumenti finanziari esistono, ma allo stesso tempo forniamo strumenti per comprendere il ruolo del denaro nella vita individuale e collettiva: dove vanno i risparmi, quali attività finanziano, quali effetti producono sull’ambiente, sui diritti, sulla pace, sulle disuguaglianze. In questo senso, l’educazione finanziaria è una forma di esercizio di cittadinanza economica.
“La sostenibilità, oggi, si misura meno nei documenti di marketing e più nella capacità di rendere possibili progetti concreti, accessibili e verificabili. È un terreno su cui la finanza etica può dare un contributo specifico”
L’esperienza della Fondazione Messina ha contribuito a costruire una nuova cittadinanza?
La Fondazione di Messina è stata costruttrice di cittadinanza per diverse ragioni. La prima è perché la Fondazione non finanzia progetti ma “eroga” policy di intervento sul territorio. E il caposaldo di questa azione è costruire alternative per le persone più fragili su temi cardine della cittadinanza (casa, lavoro, socialità, conoscenza). Dall’altra parte, abbiamo l’ambizioso obiettivo di ripensare il welfare con una logica comunitaria: siamo convinti che occorra prendersi cura delle persone una ad una, accompagnandole, attraverso la mediazione culturale e sociale, a riconoscere e scegliere le opportunità più funzionali alla vita che vorrebbero vivere. Questo è avvenuto sia per la chiusura dell’ospedale psichiatrico-giudiziario sia per il superamento delle baraccopoli: la Fondazione ha generato nuove alternative e ha accompagnato individualmente le persone nella scelta di una nuova casa in cui andare a vivere, di un lavoro, di nuove relazioni sociali, ecc.
Trasferimento tecnologico e programmi di ricerca. Cosa c’entrano con la Fondazione?
Siamo partiti dai desideri delle comunità locali e abbiamo cercato di dare corpo a tali orizzonti, trasformandoli in progetti sociali, urbani e personali realizzabili. In questo percorso la ricerca scientifica è stata decisiva per poter attivare processi di sviluppo locale. C’è un esempio emblematico: il birrificio Messina, una fabbrica riavviata dai lavoratori, che è stata ripensata secondo logiche “social-green”. Il birrificio aveva il problema delle trebbie di scarto della lavorazione. La Fondazione ha finanziato e avviato un programma di ricerca con il dipartimento di nanosistemi dell’Università di Venezia ed il suo spin off Crossing e con il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Messina per studiare la possibilità di generare nuovi biomateriali da questi scarti. I risultati sono stati decisamente positivi: in un polo artigianale siciliano, a Roccavaldina, che era stato abbandonato, sta nascendo un centro di ricerca e di formazione sui biomateriali e la prima fabbrica che trasforma in bioplastiche le trebbie di scarto del birrificio Messina. La produzione è gestita da un’impresa sociale che permette a persone in condizioni di fragilità di lavorare e che impiega gli utili in attività di contrasto della povertà educativa.
“L’obiettivo è contribuire a una transizione che non si limiti a cambiare le fonti di energia, ma renda più giusto e accessibile il modo in cui l’energia viene prodotta, finanziata e distribuita”
Questioni climatiche, tensioni geopolitiche e crescita delle disuguaglianze: quale ruolo può avere la finanza etica oggi?
Accelerare la transizione verso fonti rinnovabili e sistemi energetici più efficienti non è solo una scelta ambientale, ma anche economica e sociale. La finanza etica porta una prospettiva diversa perché valuta gli investimenti a partire dalle conseguenze concrete che generano nella vita delle persone e nei territori. Nel campo della transizione ecologica questo significa orientare le risorse verso progetti capaci di ridurre le fragilità, aumentare l’autonomia energetica e rendere più accessibili i benefici del cambiamento. Significa, per esempio, sostenere comunità energetiche, interventi di efficientamento, strumenti di contrasto alla povertà energetica, percorsi di accompagnamento per famiglie vulnerabili, enti locali e organizzazioni del Terzo settore.
Come giudica il percorso compiuto dall’Unione europea sui temi della finanza sostenibile, dalla tassonomia agli strumenti di trasparenza e rendicontazione introdotti in questi anni?
Gli sforzi dell’UE per definire e incoraggiare la finanza sostenibile anche attraverso un apposito quadro normativo sono stati meritori. Purtroppo abbiamo assistito a un eccesso di complessità normativa, che ha reso necessari successivi interventi di semplificazione che ora rischiano di annacquare e vanificare l’impianto normativo che doveva sostenere la finanza sostenibile. Oggi l’Europa sta riducendo il numero di imprese tenute a rendicontare i propri impatti sociali e ambientali e arriva addirittura ad ammettere che dentro agli strumenti di finanza sostenibile siano ricompresi anche titoli di produttori di armi, incluse le armi nucleari. Una normativa di questo tipo comporta una seria perdita di credibilità e rischia di innescare sfiducia nei consumatori che non vedono più quale sia la differenza tra un prodotto finanziario standard e uno sostenibile.
Esistono in Europa o in altri paesi esperienze simili a quella di Fondazione Finanza Etica con cui collaborate o vi confrontate? Quali elementi emergono da queste reti internazionali?
Fondazione Finanza Etica lavora dentro una rete internazionale della finanza etica, che comprende banche, fondazioni, reti di investitori, organizzazioni della società civile e realtà impegnate nella promozione di un uso responsabile del denaro e del credito. Banca Etica opera sia in Italia sia in Spagna con la Fundación Finanzas Éticas, con cui condividiamo una parte importante del lavoro culturale, educativo e di ricerca del Gruppo. Collaboriamo inoltre con reti come FEBEA, la Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative, e con la Global Alliance for Banking on Values, la Rete mondiale delle banche value-based. Sono luoghi di confronto importanti perché mostrano che la finanza etica è parte di un movimento internazionale che condivide l’idea che il credito e il risparmio debbano essere orientati all’economia reale, alla coesione sociale, alla transizione ecologica e ai diritti. Mi piace concludere con l’esperienza di SfC-Shareholders for Change, rete europea di investitori istituzionali che promuove l’azionariato attivo e l’engagement con le imprese quotate, di cui Fondazione Finanza Etica è tra i soggetti fondatori e coordina l’attività.
Dalla rivista Fondazioni giugno 2026




