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Mezzogiorno di vuoto | Stefano Consiglio

Editoriale di Stefano Consiglio, presidente di Fondazione Con il Sud, pubblicato su Avvenire il 22 febbraio 2024

Tra qualche anno tanti problemi del Mezzogiorno si risolveranno da soli. I problemi che assillano il Sud come la mancanza di asili nido, l’evasione scolastica, la mancanza di lavoro, la carenza dei servizi sanitari e socioassistenziali, la violenza di genere si ridimensioneranno. Nel Sud Italia, infatti, ci saranno sempre meno bambini, sempre meno studenti, sempre meno persone in cerca di occupazione, sempre meno disabili, sempre meno donne. I problemi del Mezzogiorno si risolveranno perché non ci saranno più le persone. Un modo drammatico e paradossale di risolvere i problemi.

Negli ultimi 20 anni, circa 2 milioni e mezzo di persone hanno già lasciato il Sud (prevalentemente giovani con alta scolarizzazione), nei prossimi 50 anni si stima che la popolazione meridionale passerà dagli attuali 19,8 milioni ai circa 12 milioni. La popolazione nel Sud diminuirà del 40% e la percentuale di anziani sarà significativamente più elevata. Abbiamo pensato (o forse ci siamo illusi) che questo problema fosse circoscritto, invece, una parte significativa del nostro Paese rischia di diventare una vasta area interna se non decidiamo di affrontare la “questione”. Purtroppo per l’Italia il problema dello spopolamento non riguarda solo il Sud, ma anche tante altre aree sia al Centro che al Nord. Di fronte a uno scenario estremamente preoccupante, non sembra che i policy maker siano particolarmente impegnati ad affrontare una sfida epocale.

Il tema all’ordine del giorno, e al centro del dibattito pubblico tra pro e contro, è l’Autonomia differenziata, un progetto promosso dalle Regioni più ricche d’Italia (nessuna del Sud), finalizzato a consentire di incrementare le prerogative regionali in numerosissimi campi, dall’istruzione, alla sanità, alle infrastrutture fino alla sicurezza sul lavoro.

Rispetto all’enorme problema dello spopolamento, che caratterizza l’intero Paese ed in particolare il Sud, la politica dovrebbe porre al centro l’aspetto collaborativo e non quello divisivo, per giungere ad una strategia di impatto che sia realmente operativa ed efficace, non dispersiva in cui ognuno fa per sé. La bocciatura o l’eventuale approvazione dell’Autonomia differenziata non cambierebbe di molto la natura e la rilevanza della questione.

Di fronte a un problema cruciale per il nostro futuro servono politiche di grande apertura e collaborazione tra Stato, Regioni e Comuni e tra Pubblico e privato sociale, per accettare “insieme” la sfida demografica, immaginando nuove politiche di welfare e sinergie tra PA, mondo produttivo e Terzo settore. Non è retorica e non è neanche un miraggio. Esistono già dei modelli collaborativi e partecipativi che funzionano. Parto dal mio osservatorio, dalla Fondazione Con il Sud nata sedici anni fa dall’alleanza tra le Fondazioni di origine bancaria e il mondo del Terzo settore e che ha promosso oltre 1.600 iniziative al Sud mettendo insieme enti di terzo settore, istituzioni ed enti locali, imprese, promuovendo progettualità e bandi congiunti anche con le PA meridionali.

La Fondazione Con il Sud è stata in grado di sviluppare la sua opera di coesione e sviluppo sociale grazie ai fondi messi a disposizione dalle Fondazioni di origine bancaria italiane ed in particolare da quelle del Centro Nord che sono più numerose e più ricche rispetto a quelle del Sud. Un modello che funziona nei fatti. Nel 2016, le fondazioni rappresentate da Acri hanno affidato alla Fondazione l’attuazione del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile istituito insieme a Governo e Forum Terzo settore. È la più grande alleanza educativa tra Stato, Fondazioni e Terzo settore, operativamente portata avanti da Con i Bambini, società senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con il Sud.

Una collaborazione e un attivarsi non per i territori ma “con” i territori, che si ramifica ai vari livelli in tutto il Paese e che ha permesso l’apertura o il rafforzamento di oltre 600 cantieri educativi in Italia, mettendo insieme più di 8.500 organizzazioni tra terzo settore, scuole, università, enti pubblici e privati, portando avanti progetti concreti, monitorando e prevedendo la valutazione di impatto.

Si può fare, occorre coraggio e lungimiranza. Bisogna collaborare per ricreare le condizioni per consentire alle persone di fare figlie e figli, per dare la possibilità a chi vuole restare nei luoghi in cui si è nati di poter avere un lavoro dignitoso, per offrire l’occasione di tornare a chi è andato via, per creare le condizioni per attrarre chi vive altrove e che per scelta o necessità ha deciso di andare via ed è alla ricerca di un nuovo Paese in cui vivere. È una sfida difficile ma necessaria, che richiede una forte propensione al cambiamento ed una grande responsabilità di tutti, per un obiettivo comune: il futuro dell’Italia e non solo quello del Sud.

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