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Fuori dal centro

Quando pensiamo agli spazi dell’innovazione, dello sviluppo e del futuro è molto probabile che il nostro primo pensiero sia rivolto alle città. Per onestà intellettuale dovremmo ammettere che a venirci in mente saranno alcune aree specifiche delle città, tenendo fuori le periferie che ricolleghiamo più facilmente a povertà, criminalità e carenza di servizi.

A questo punto dobbiamo chiederci: che impatto ha avuto, e ha tutt’oggi, questo modo di pensare su tutto ciò che è fuori dalle città? Nelle aree periferiche, che siano montane o urbane, vivono persone che sono portatrici di esperienze, cultura, tradizione, ma anche pensiero innovativo e idee rivoluzionarie. Ascoltare queste persone e contribuire a rimuovere gli ostacoli che si trovano davanti non è solo giusto ma è anche cruciale per affrontare alcune delle sfide del nostro presente.

La pandemia ci ha fatto mettere in discussione i ritmi delle città e anche gli insiti problemi abitativi. Il cambiamento climatico ci impone di ripensare il nostro rapporto con la natura. Fuori dalle città ci sono esperienze che possono contribuire a trovare soluzioni a questi problemi. Inoltre, l’Italia è disseminata di piccoli paesi montani che, sebbene periferici rispetto alle città, hanno rappresentato per secoli luoghi di vita, pensiero e innovazione. Immaginare di nuovo una vita attiva in questi paesi significa rispettare la conformazione del nostro paese che per il 60% della sua superfice è rappresentato da aree interne; ed è qui che vive il 22% della popolazione. Questi luoghi non possono essere solo contenitori di memoria e tradizione attraenti per i turisti, ma devono tornare ad essere luoghi abitati, non solo di corpi, ma anche di visioni e di futuro.

Allo stesso modo, se la resilienza delle periferie urbane è una qualità non può e non deve essere la principale. Le persone che abitano le periferie desiderano vivere normalmente come chiunque altro e non resistere costantemente alle avversità. Bisogna, dunque, spostare l’attenzione sulle aree esterne alla città e lavorare con gli abitanti di queste aree. Perché ogni luogo, come ogni persona, rappresenta un mondo con una propria storia e una propria visione. Non si può intervenire sugli spazi senza prima conoscerli a fondo, perché il rischio è realizzare progetti incompatibili con i territori, non garantire continuità e dunque collezionare ulteriori insuccessi. Le competenze sono fondamentali, ma le parole che ricorrono più frequentemente nelle interviste di questo numero della rivista sono “ascolto”, “rispetto”, “empatia”.

Le Fondazioni di origine bancaria partono da questo presupposto: mobilitare e attivare le energie e le competenze dentro alle comunità per promuovere comunità e sviluppo. Lo fanno dalle aree montane piemontesi alle periferie siciliane, affiancandosi alle persone che hanno nuove idee per lo sviluppo di queste aree, ascoltandole e sostenendole nel loro percorso. Ripensare le aree esterne alle città è un’occasione per immaginare una nuova forma di sviluppo che rigeneri la relazione tra gli uomini e gli spazi che li circondano.

 

Dal numero maggio-giugno della rivista Fondazioni, leggilo intero qui