Intervista a Barbara Distefano, esperta di formazione linguistica
Di salute mentale si parla sempre di più. I termini specialistici sono entrati nelle conversazioni quotidiane e sui social, ma restano stigmi e stereotipi. Barbara Distefano, ha conseguito un dottorato indagando il rapporto tra letteratura ed educazione, è esperta di formazione linguistica e collabora con il magazine Lingua Italiana Treccani per il quale ha scritto alcuni articoli in cui riflette sul ruolo delle parole nella costruzione dello stigma e sulle possibilità di un linguaggio più consapevole.
Negli ultimi anni la salute mentale è entrata molto di più nel dibattito pubblico. È cambiato anche il modo in cui ne parliamo?
Sicuramente se ne parla di più e, in alcuni casi, anche meglio. Ma nel linguaggio quotidiano restano molte incertezze linguistiche. Basti pensare alla confusione tra psicologo, psicoterapeuta, psicanalista: parole che spesso vengono usate come sinonimi, anche se indicano figure e percorsi diversi. Il tema è più presente, ma non necessariamente più chiaro. E accanto alla confusione rimane un linguaggio fortemente stigmatizzante che si porta dietro ancora molti pregiudizi. Inoltre, spesso, si usa la malattia mentale come argomento per invalidare posizioni scomode, come si è fatto con due autori a me cari come Leopardi e con Lucio Mastronardi.
Ci può spiegare meglio?
Ci sono espressioni legate alla salute mentale che possono essere usate per delegittimare una persona: “sei psicopatico/a”, “fatti curare”, “hai dei problemi” diventano modi per non confrontarsi con ciò che l’altro sta dicendo. In questi casi la parola non descrive una condizione, ma serve a togliere credibilità. E alcune espressioni apparentemente innocue possono ferire proprio perché invalidano quello che una persona sta vivendo: “non ti fare i film”, “è tutto nella tua testa”, “hai troppo tempo per pensare”. Sono frasi che spesso nascono con l’intenzione di aiutare, ma possono produrre l’effetto opposto. È un meccanismo che mi preoccupa perché trasforma il vocabolario della cura in uno strumento di invalidazione. Lo stesso può accadere quando paure comprensibili, legate a condizioni sociali o biografiche reali, vengono lette automaticamente come manifestazioni patologiche.
“Nel linguaggio quotidiano restano molte incertezze linguistiche. Basti pensare alla confusione tra psicologo, psicoterapeuta, psicanalista: parole che spesso vengono usate come sinonimi, anche se indicano figure e percorsi diversi”
Oggi, però, termini che un tempo erano specialistici sono diventati molto comuni. È un segnale positivo?
È un discorso complesso. Credo molto nel valore educativo dei social media. Ci sono professionisti e professioniste che fanno divulgazione di qualità e portano nello spazio pubblico conoscenze che prima circolavano molto meno. Questo può aiutare soprattutto le generazioni più giovani a riconoscere situazioni ed emozioni e a porsi domande nuove. Dall’altra parte c’è il rischio di sentirsi esperti dopo aver visto qualche reel e di trasferire categorie cliniche nelle relazioni quotidiane. “Narcisista”, “gaslighting”, “tossico”, “manipolazione” finiscono così per diventare etichette. La maggiore disponibilità di parole è utile solo se cresce anche la cautela nel loro uso.
Il linguaggio usato dai giornali porta a riflettere sul rapporto tra salute mentale e cronaca…
Sì, perché spesso si sovrappongono stigmi sul disturbo mentale e razzismo. È il caso di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne morto durante un contenimento della polizia a Bologna. Il punto non è entrare nella ricostruzione giudiziaria, ma osservare il linguaggio con cui viene raccontata una persona in forte agitazione. Molto rapidamente può scattare l’associazione tra crisi psichica e pericolosità: la persona diventa qualcuno da contenere o da punire, prima ancora che da comprendere e curare. Eppure in Italia abbiamo una tradizione che parte da Basaglia e strumenti come la Carta di Trieste, nata proprio per richiamare chi fa informazione a un racconto più attento della salute mentale. È un punto importante perché nei media continuano a comparire formule che riducono la persona al suo disturbo o rafforzano il nesso tra disagio mentale e violenza.
“La salute mentale è anche una cornice culturale, che cambia nel tempo. In alcuni casi è importante aiutare le persone a riconoscere che la sofferenza che vivono non è disturbo o qualcosa di sbagliato in loro, ma può avere a che fare con le condizioni del mondo”
C’è anche una dimensione sociale ed economica della salute mentale che rischia di sparire dietro l’invito individuale a “prendersi cura di sé”.
Sì, ed è un punto centrale. Frasi come “devi fermarti”, “prenditi una pausa”, “pensa al tuo benessere”, “prenditi cura di te” possono essere dette con le migliori intenzioni, ma non tutte le persone possono permetterselo. La possibilità di interrompere il lavoro, prendersi una pausa o accedere continuativamente alla psicoterapia dipende anche dalle risorse economiche disponibili di una persona. Per questo la salute mentale è anche una questione di classe. Se la cura viene presentata solo come responsabilità individuale, rischiamo di non vedere le condizioni materiali che aggravano il disagio e le disuguaglianze nell’accesso al sostegno. Anche l’idea che chi soffre debba semplicemente “reagire” o impegnarsi di più risente di una cultura della prestazione che fatica a riconoscere dignità alla sofferenza psicologica.
Avere più parole per descrivere quello che proviamo può aiutarci anche a prenderci cura della nostra salute mentale?
Sì, moltissimo. Un percorso psicoterapeutico è anche un percorso linguistico: si impara a nominare esperienze, emozioni, paure. E, più in generale, ampliare il proprio vocabolario emotivo significa avere strumenti migliori per riconoscere quello che ci sta accadendo e comunicarlo agli altri. Anche espressioni ormai molto comuni come “che ansia”, “che depressione” o “che disagio” rischiano di appiattire esperienze molto diverse tra loro, trasformando termini che hanno un significato preciso in formule generiche. Imparare a distinguere e a nominare le emozioni può essere quindi una forma di prevenzione. Per questo credo che sia un lavoro da cominciare già a scuola, attraverso una collaborazione stabile tra insegnanti e professionisti della salute mentale. Senza chiedere agli insegnanti di diventare psicologi, naturalmente, e ricordando che anche loro devono essere sostenuti: non possiamo affidare una funzione di cura a persone delle cui condizioni di benessere non ci occupiamo.
“Il diritto a una terapia adeguata è importante, ma lo è altrettanto poter contare su condizioni minime di vita che non mettano a repentaglio la salute mentale delle persone”
Lei vive in Germania, dove l’accesso alla psicoterapia è organizzato diversamente rispetto all’Italia. Quanto incidono i sistemi di cura anche sul modo in cui una società guarda alla salute mentale?
Credo incidano molto. In Germania la psicoterapia è più integrata nel sistema di assistenza e può essere coperta dalle assicurazioni pubbliche in presenza di una diagnosi. Ma questa parola non rimanda necessariamente, come spesso accade nell’immaginario italiano, a una “malattia” grave: può riguardare sintomi d’ansia, forme lievi di depressione o difficoltà di adattamento dopo eventi complessi della vita. Il fatto che il sostegno psicologico sia maggiormente riconosciuto come parte della cura contribuisce anche a ridurre la distanza con cui viene percepito. Naturalmente questo non significa che non esistano pregiudizi, ma ci ricorda che il modo in cui consideriamo la salute mentale non dipende soltanto dalle parole: dipende anche dalle possibilità concrete che una società offre alle persone per prendersene cura.
Dalla rivista Fondazioni settembre 2026




