Intervista a Stefano Caselli, direttore della SDA Bocconi e professore di finanza all’Università Bocconi di Milano
La finanza sostenibile ha cambiato il modo di leggere il rapporto tra risparmio, investimento, welfare e ambiente. Stefano Caselli, direttore della SDA Bocconi e professore di finanza all’Università Bocconi di Milano, la racconta come una storia a tre ondate: dalla Corporate Social Responsibility alla diffusione dei criteri ESG, fino a una fase nuova, quella della consapevolezza. Una fase in cui la sostenibilità non può più essere considerata un’etichetta o un’operazione di facciata, ma una modalità di operare trasversale e con un impatto reale.
Quando nasce la finanza sostenibile e come si è sviluppata nel corso del tempo?
La finanza sostenibile esiste in realtà da sempre: tutte le volte che c’è stato denaro nella storia umana ci si è posti il problema di come usarlo. Il concetto però nasce almeno trent’anni fa sotto l’ombra della Corporate Social Responsibility, dunque dal mondo corporate, per poi spostarsi nel mondo della finanza. L’idea di sostenibilità dell’epoca oggi suonerebbe un po’ naïf: chi ha patrimoni importanti accetta un rendimento più basso, perché quel rendimento viene scambiato con un effetto di carattere sociale. Era un approccio molto “boutique”, ma ha avuto un merito: ha fatto ragionare sul fatto che, a seconda di dove si direzionano gli investimenti, ci può essere un impatto sociale o meno. Poi arriva una seconda ondata, con i principi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite e con la diffusione dei criteri ESG. Questo fa da detonatore: esplode il concetto di sostenibilità e aumenta l’attenzione all’impatto ambientale e sociale degli investimenti e alla buona governance. Questa fase segna una discontinuità molto forte rispetto al passato perché mette in luce come la sostenibilità non vada a discapito del rendimento. Rendimento e ritorno sociale possono dunque marciare di pari passo perché insieme contribuiscono a definire un impatto positivo sulle nostre strutture sociali, economiche e di governance.
Lei pensa che questo approccio sia diventato strutturale nel mondo della finanza?
Io penso che oggi siamo in una terza ondata, quella della consapevolezza: la finanza sostenibile deve mirare davvero a un impatto sociale e non è possibile più fare window dressing. Bisogna dunque trovare ed esplorare nuove possibilità e strumenti. E sono convinto che questa terza ondata renda gli ESG strutturali perché sono principi di buon senso, ma sono anche fortemente coerenti con le performance finanziarie. Avere una buona governance, un contesto sociale con meno disuguaglianze ed evitare catastrofi naturale significa anche migliorare i propri rendimenti come investitore.
“Rendimento e ritorno sociale possono marciare di pari passo perché insieme contribuiscono a definire un impatto positivo sulle nostre strutture sociali, economiche e di governance”
In che modo la finanza può avere un impatto sociale e ambientale concreto?
La prima cosa da dire, sulla dimensione sociale, è che la finanza è fondamentale per garantire il welfare. Abbiamo bisogno di fondi pensione e compagnie di assicurazione, e questi due pilastri funzionano meglio quanto più sono capaci di investire i risparmi e le risorse finanziarie. Poi c’è la capacità del sistema finanziario di sostenere le imprese perché possano nascere, crescere, investire e creare posti di lavoro. Senza finanza tutto questo non è possibile. E siccome la sfida ambientale è costosissima, abbiamo bisogno della finanza per renderla possibile. “Finanza” vuol dire scegliere come direzionare le risorse finanziarie. In larga parte dei casi questo avviene a servizio del sistema sociale, ma può essere usata anche per altro. Dipende dall’uso che ne viene fatto. Non è perché la finanza è immateriale, o perché genera rendimenti, che è necessariamente un male. Però dobbiamo vigilare, educare le persone, fare sì che le forze spingano verso una finanza a servizio dello sviluppo.
Quale ruolo possono avere gli investitori istituzionali in questo campo?
Gli investitori istituzionali sono fondamentali perché hanno volumi di investimento molto grandi, e questo vuol dire che sono visibili: le loro scelte di investimento possono anche avere una funzione educativa e segnaletica forte. Possono mettere in luce, in modo chiaro, che avere un rendimento molto buono non è inconciliabile con avere impatto sociale, direzionando così il mondo degli investimenti.
Una delle critiche più frequenti alla finanza contemporanea è quella di privilegiare il breve termine. Esistono oggi le condizioni per una cultura dell’investimento più orientata al lungo periodo?
Sicuramente, rispetto a vent’anni fa, si parla molto di più e molto più facilmente di investimenti a lungo termine. I motivi sono diversi ma si saldano insieme. Da un lato gli investitori, a partire da quelli istituzionali, vogliono rendimenti molto più stabili perché le loro sfide sono più complesse. Si guarda, come si dice in gergo, through the cycle. Se si vogliono fare progetti di investimento infrastrutturale, energetici, di innovazione sociale ecc., bisogna ricorrere a strumenti finanziari di lungo termine. Ma perché? Perché un investitore istituzionale è immerso nella società, dunque fa sì che il proprio investimento contribuisca a migliorare l’ambiente in cui vive, perché questo permette di poter assolvere ancora meglio al proprio compito. Io penso che questi due aspetti si stiano conciliando, ed è possibile notarlo anche nello sviluppo di specifici prodotti. Questo non significa che la finanza a brevissimo termine non esista più, ma la componente di finanza a lungo termine è diventata molto più visibile e importante.
“Un investitore istituzionale è immerso nella società, dunque fa sì che il proprio investimento contribuisca a migliorare l’ambiente in cui vive, perché questo permette di poter assolvere ancora meglio al proprio compito”
La regolazione europea ha avuto un ruolo molto forte nello sviluppo della finanza ESG. Quali effetti concreti sta producendo?
La regolamentazione ha sempre due pregi. Primo, dare forma alle cose e svilupparle, secondo, tutelare da disastri ed errori. La regolamentazione non può però diventare una camicia di forza o un esercizio di compliance e burocrazia. La sfida per l’Europa è questa: non abdicare alla sua capacità di regolamentazione, senza tuttavia finire in una spirale che fa perdere di vista gli obiettivi iniziali.
Nel 2025 ha pubblicato “Il futuro non aspetta” per Egea. Perché questo titolo?
Il futuro non aspetta perché abbiamo troppe sfide che stanno avvenendo nello stesso momento. Abbiamo l’IA che cambia il paradigma della tecnologia, la geopolitica che mette in discussione la cartina geografica del mondo, la demografia che ci rende consapevoli che le società europee stanno invecchiando. Il messaggio del libro è che in Europa, e a partire dalla parte dell’Europa che si chiama Italia, abbiamo una “risorsa naturale” che si chiama risparmio.
“L’Italia ha accumulato una quantità di risparmio pari a circa 6mila miliardi di euro, per questo la avvicino a una risorsa naturale: è talmente grande da poter essere usata per cambiare il destino del Paese”
In che senso “risorse naturale”?
L’Italia ha accumulato una quantità di risparmio pari a circa 6mila miliardi di euro. È una cifra mastodontica e proprio per questo la avvicino a una risorsa naturale: è talmente grande da poter essere usata per cambiare il destino delle cose, per la crescita del nostro Paese. Dobbiamo spingere le aziende a diventare più grandi, ad aggregarsi, a investire in capitale umano e soprattutto dobbiamo investire sulle nuove generazioni. Ma per farlo c’è bisogno di una grande riflessione sulla fiscalità, che è stata pensata degli anni ’70, in un mondo che non esiste più. Dibattere sui regali fiscali o sui bonus non è sufficiente: bisogna ridisegnare la fiscalità per orientarla alla crescita e all’investimento di lungo periodo. Solo così si può costruire il futuro.
Le foto di questo numero sono tratte dalla mostra “Oltre le nuvole. Beyond the Clouds”, organizzata da XNL Piacenza, centro per l’arte contemporanea, il teatro e la musica della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Attraverso le opere di alcuni artisti contemporanei, la mostra esplora le nuvole come simbolo di libertà, cambiamento, immaginazione e relazione con il paesaggio.
Dalla rivista Fondazioni giugno 2026




