Intervista a Alessia Lanzi, psicologa e psicoterapeuta del Minotauro, centro di ricerca specializzato in salute mentale
Il disagio psicologico degli adolescenti è diventato un tema molto dibattuto negli ultimi anni, ma leggerlo soltanto come una questione individuale rischia di lasciare sullo sfondo il contesto nel quale ragazze e ragazzi crescono. Dall’attacco al corpo al ritiro sociale, dall’incapacità a chiedere aiuto al ruolo difficile della famiglia e della scuola: abbiamo cercato di capire come stiano cambiando le forme della sofferenza adolescenziale e soprattutto che cosa possano fare gli adulti per intercettarla prima che diventi emergenza. Ne abbiamo parlato con Alessia Lanzi, psicologa e psicoterapeuta del Minotauro, un centro di ricerca di Milano che si occupa di adolescenti, giovani e delle loro famiglie.
Negli ultimi anni, ancor di più dopo la pandemia di Covid, si parla di più rispetto al passato di disagio psicologico tra adolescenti e giovani. È cambiato davvero qualcosa nelle forme in cui questo disagio si manifesta?
La pandemia è stata in qualche modo un detonatore di una fragilità che era già presente nelle nuove generazioni, ma ha anche migliorato le condizioni per cominciare a parlarne. Durante quel periodo molti ragazzi hanno potuto dire più facilmente: “Ho l’ansia”, “Sto male psicologicamente”, “Mi sento fragile”, “Ho bisogno di aiuto”. Rispetto a quando ho cominciato a lavorare, una ventina di anni fa, oggi sono molte di più le richieste che nascono direttamente dai ragazzi e non dagli adulti loro tutori. Prima erano soprattutto i genitori a cogliere una difficoltà e a rivolgersi a un esperto, cercando poi il modo di accompagnare il figlio nella “stanza delle parole”. Oggi capita molto più spesso che sia il ragazzo stesso a chiedere di parlare con qualcuno perché sente di non stare bene e vuole capire come poter stare meglio. C’è quindi, da un lato, una maggiore consapevolezza e una maggiore capacità di riconoscere la propria fatica. Dall’altro, sono cambiate anche le modalità attraverso cui il dolore e la sofferenza vengono espressi. Oggi vediamo di più, rispetto al passato, il corpo come bersaglio e come strumento attraverso il quale i ragazzi comunicano il proprio malessere: pensiamo all’autolesionismo, ai tentativi di suicidio, ma anche al ritiro sociale. Anche quest’ultimo può essere letto come una forma di attacco al corpo: un corpo che dovrebbe essere portato nel mondo, attraverso il quale si costruiscono relazioni ed esperienze, viene invece relegato in casa, sequestrato nell’autoreclusione. Sono tutte manifestazioni che ci interrogano su una generazione che, spesso, sembra attaccare sé stessa più che l’altro.
Perché il disagio sembra tradursi spesso in un attacco a sé e al proprio corpo?
È una domanda importante, perché ci porta a chiederci in quali dinamiche sociali, culturali e storiche si stiano muovendo i nostri ragazzi. Probabilmente una delle ragioni può essere che diventa più facile, più a portata di mano, attaccare sé stessi ed esprimere il disagio sul proprio corpo piuttosto che riuscire a raccontarlo e condividerlo con gli altri. Questo ci dice qualcosa anche degli adulti che i ragazzi hanno come riferimento. In molti casi li vediamo come adulti fragili, che fanno fatica ad accompagnare i ragazzi in un percorso di crescita e forse anche a tollerare quella dose di conflitto, dolore e fatica che è intrinseca alla crescita. Rischiamo così di lasciare soli gli adolescenti nel confrontarsi con sfide, delusioni e difficoltà che, in alcuni casi, sono fisiologiche. Quando un genitore ci dice “mio figlio ha bisogno di parlare con qualcuno”, a volte è come se il problema fosse soltanto del figlio. In realtà, il disagio di un ragazzo racconta spesso anche una fatica che va letta all’interno del contesto familiare nel quale sta crescendo.
“La pandemia è stata un detonatore di una fragilità che era già presente nelle nuove generazioni, ma ha anche migliorato le condizioni per cominciare a parlarne“
Quanto è importante, quindi, non leggere il disagio come un problema esclusivamente individuale?
È fondamentale, direi imprescindibile. Quando un adolescente ci racconta un blocco, un arresto nel proprio processo di crescita, dobbiamo comprendere quali compiti di crescita non riesce a svolgere e se il contesto nel quale vive lo facilita o lo ostacola. La costruzione dell’identità, per esempio, è uno dei compiti centrali dell’adolescenza e implica anche una revisione del rapporto con i propri genitori. La costruzione di un proprio ruolo sociale riguarda invece direttamente le relazioni con i coetanei. Non possiamo quindi separare il ragazzo dalle relazioni e dai contesti nei quali cresce. Per questo, quando emerge un disagio, è molto importante non andare a caccia dei colpevoli.
Quale ruolo devono avere gli adulti nel riconoscere il disagio senza trasformare ogni difficoltà adolescenziale in una patologia?
Gli adulti hanno un ruolo fondamentale, ma nell’adolescenza è un ruolo diverso da quello che hanno nell’infanzia. L’adulto che accompagna un bambino è soprattutto colui che sostiene, previene, conosce, indica e guida. Con un adolescente, invece, l’adulto deve diventare soprattutto un interlocutore: qualcuno con cui ci si può confrontare e con cui costruire un dialogo. I ragazzi hanno bisogno di poter esprimere anche le proprie emozioni negative. E forse dovremmo smettere di chiamarle “negative”: sono emozioni che ci disturbano, ci fanno paura, ci mettono in difficoltà, ma fanno parte dell’esperienza umana. Un adolescente arrabbiato, triste o impaurito ha bisogno innanzitutto di un adulto che sappia stare con lui. Dobbiamo riuscire a prenderci un tempo per stare nell’incertezza, caratteristica fondamentale dell’adolescenza. Il ragazzo non sa ancora che cosa diventerà e nemmeno noi lo sappiamo. Ha bisogno di tempo per capire, per sbagliare, per fallire, per arrabbiarsi. A volte vedo genitori che, quando un figlio si arrabbia e si mette in contrapposizione, vivono quella situazione come una sorta di “lesa maestà”. Ma non è così. I ragazzi hanno bisogno del conflitto, purché sia un conflitto nel quale ci sia un interlocutore, uno scambio, una posizione dell’adolescente che viene accolta e una posizione dell’adulto che viene rilanciata.
“Il disagio di un ragazzo racconta spesso anche una fatica che va letta all’interno del contesto familiare”
Quindi anche la difficoltà dell’adulto ad accettare il conflitto può contribuire a complicare il disagio del ragazzo?
Sì. Di fronte a un ragazzo che esprime un malessere possiamo “patologizzare”, irrigidirci, negare o banalizzare. La sfida dell’adulto oggi è invece quella di esserci, di stare con i ragazzi e condividere con loro questo momento di fatica, di contraddizioni e di incertezza. Questo non significa sottovalutare i segnali di disagio, ma nemmeno trasformare ogni difficoltà in una patologia. Significa riuscire a distinguere tra le fatiche fisiologiche della crescita e le situazioni nelle quali è necessario un intervento.
In questo senso, è possibile fare prevenzione?
Credo di sì, ma serve un movimento culturale ed educativo che aiuti innanzitutto gli adulti a interrogarsi su che cosa significhi crescere. Crescere significa anche cadere, fallire, sbagliare. Significa che il talento non è l’unica cosa che dobbiamo cercare e che l’autonomia non è l’unico valore attraverso cui rassicurare un adulto sul fatto che quel bambino o quel ragazzo crescerà bene. Dobbiamo ripensare che cosa significa accompagnare davvero un ragazzo nel percorso di crescita: io credo molto nei percorsi sulla genitorialità e nella possibilità di ritrovare una dimensione collettiva nella quale gli adulti possano interrogarsi insieme. Penso a una comunità di genitori che si incontra e riflette, eventualmente con il contributo di esperti capaci di portare uno sguardo competente. Oggi, anche grazie alla ricerca e ai progetti di ricerca-intervento sostenuti da diversi soggetti, comprese le Fondazioni, sappiamo molto di più su come aiutare un adolescente in difficoltà rispetto a dieci o vent’anni fa. La sfida è fare in modo che queste conoscenze diventino patrimonio condiviso.
“Serve un movimento culturale ed educativo che aiuti innanzitutto gli adulti a interrogarsi su che cosa significhi crescere”
In questa comunità di adulti, quale responsabilità ha la scuola?
La scuola ha una responsabilità enorme. Non possiamo più pensare che l’insegnante sia soltanto l’educatore che trasmette contenuti. È un educatore che deve educare anche alla relazione: alla relazione con sé, con gli altri e con il mondo. Eppure i percorsi formativi degli insegnanti dedicano ancora poco spazio a questi aspetti. Gli insegnanti migliori che ho incontrato in questi anni, sono spesso quelli che hanno risorse personali che mettono a disposizione. Ma questo non dovrebbe essere affidato alla sensibilità individuale: la formazione di un insegnante dovrebbe includere strutturalmente gli aspetti emotivi e relazionali. Anzi, più i ragazzi crescono, più questi aspetti sembrano passare in secondo piano. Diventa centrale la performance, il voto che misura la performance, mentre tutto ciò che sta intorno scompare. È una contraddizione, perché oggi sappiamo che si impara meglio all’interno di una buona relazione, che la mente ha tempi che devono essere rispettati e che l’apprendimento avviene molto anche attraverso l’esperienza, non soltanto attraverso l’acquisizione di nozioni.
Dalla rivista Fondazioni settembre 2026





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