Intervista a Intervista a Letizia Carrera Professoressa di Sociologia e Sociologia urbana all’Università degli studi di Bari Aldo Moro
Nel dibattito pubblico si parla spesso di invecchiamento attivo, ma il contenuto di questa espressione rimane perlopiù fumoso. Abbiamo fatto un po’ di chiarezza con Letizia Carrera, professoressa di sociologia e sociologia Urbana all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, che lo scorso anno ha pubblicato la ricerca “Vita da anziani. Rappresentazioni, pratiche, progetti, politiche” per la casa editrice Progedit.
Dal punto di vista sociologico, che cosa si intende per invecchiamento attivo?
Nella letteratura scientifica, per invecchiamento attivo si intende un paradigma che promuove la partecipazione continua delle persone anziane alla vita sociale, culturale ed economica della comunità, valorizzandone competenze ed esperienze. Esso implica la garanzia di condizioni di salute, sicurezza e inclusione che consentano di mantenere autonomia e qualità della vita. In prospettiva progettuale, orienta le politiche pubbliche verso servizi, spazi e opportunità capaci di sostenere il protagonismo delle persone anziane nel contesto urbano. Nelle mie ricerche ho sempre interpretato questa categoria come la possibilità per i soggetti anziani di continuare a operare scelte quotidiane e di mantenere la propria capacità progettuale anche in condizioni di ridotta autonomia e di intervenuta fragilità. In tale prospettiva, il concetto si colloca ben distante da logiche di performance o di attivismo produttivistico, configurandosi piuttosto come diritto alla partecipazione e al benessere in forme plurali e autodeterminate.
Perché il concetto si colloca ben distante da logiche di performance o attivismo produttivistico?
In primo luogo, la chiave performativa può alimentare una spinta indiretta verso l’innalzamento dell’età pensionabile, giustificata dall’idea di una persistente utilità e capacità produttiva dei soggetti anziani, comprimendo il diritto a una fase della vita connotata in modo particolare da libertà, autodeterminazione e pluralità di esperienze. In secondo luogo, tale impostazione rischia di assumere vitalità ed efficienza come unico parametro di misurazione della qualità della vita, oscurando dimensioni relazionali, affettive e di cura che eccedono la logica della prestazione. In terzo luogo, può contribuire a delineare una soglia implicita oltre la quale l’anziano non performante perde riconoscimento simbolico e sostanziale, vedendo indebolito il proprio diritto alla città, per riprendere le analisi di Henri Lefebvre, e a percorsi di invecchiamento sostenuti da politiche pubbliche chiamate a compensare la carenza di risorse private. Infine, una simile riduzione compromette il riconoscimento della legittimità di esperienze della terza età profondamente plurali e differenziate, riaffermando invece la necessità di garantire, sul piano giuridico e sociale, il dovere di praticare modalità standardizzate di vivere l’età avanzata.
“L’invecchiamento attivo è la possibilità per i soggetti anziani di continuare a operare scelte quotidiane e di mantenere la propria capacità progettuale anche in condizioni di ridotta autonomia e di intervenuta fragilità”
Le modalità standardizzare si inseriscono in un nuovo paradigma dell’invecchiamento?
Le rappresentazioni sociali della terza età si stanno profondamente trasformando e, in una logica relazionale, le autorappresentazioni degli stessi soggetti anziani. Accanto alla persistenza delle rappresentazioni tradizionali, negli ultimi decenni si sono andati consolidando nuovi modelli di vivere la condizione anziana fondati su nuovi bisogni e su una differente e più complessa percezione di sé e del proprio benessere, inteso come sintesi di dimensioni diverse relative al piano fisico e a quelli emozionale, mentale e sociale.
Nella sua ricerca assume un ruolo centrale lo spazio urbano. In che modo l’organizzazione delle città incide sulle esperienze quotidiane dell’invecchiamento?
La condizione anziana rivendica in misura sempre più consapevole il diritto alla qualità della vita, declinato in una serie di diritti come quello allo spazio pubblico, al verde urbano, a una mobilità accessibile, alla sicurezza, a luoghi e occasioni culturali di svago e di socialità diffuse nel territorio. La città rappresenta lo spazio nel quale tutto questo può o meno prendere forma concreta, richiamando la responsabilità delle istituzioni pubbliche a realizzare le condizioni concrete perché sia data loro forma e garanzia. Lo spazio urbano, come rilevano Ash Amin e Nigel Trift, è «passivamente attivo», prodotto socialmente e normativamente ed è assolutamente in grado di dare forma alle condizioni materiali perché i diritti possano essere praticati o, al contrario, negati. Entro la più ampia mobilità pubblica, da declinare nei termini age friendly, è focale la mobilità pedonale. La walkability, quale insieme delle condizioni che caratterizzano uno spazio urbano e che sono funzionali a consentire e ad agevolare la pratica pedonale, è l’esito circolare sia delle caratteristiche fisiche e culturali dei soggetti, ma anche di quelle dello spazio urbano e delle policy territoriali esistenti.
“È essenziale riconoscere che le persone anziane siano maggiormente esposte al rischio di solitudine che può divenire una condizione strutturale, con gravi conseguenze sui loro livelli di benessere complessivo”
Tra le risposte emergenti alla longevità crescente lei analizza anche il cohousing. Quali potenzialità e quali limiti vede in questa forma abitativa per le persone anziane?
Pur evitando di rafforzare pregiudizi di tipo ageist, è essenziale riconoscere che le persone anziane siano maggiormente esposte al rischio di solitudine (e a quella di NEAR, Not Extradomestic Activities and Relations), che può divenire una condizione strutturale, con gravi conseguenze sui loro livelli di benessere complessivo. Oltre allo spazio pubblico, anche quello privato rappresenta un elemento importante per garantire condizioni di qualità dell’abitare, che incidono profondamente sulla vita quotidiana degli anziani. Lo spazio abitativo privato ha, infatti, il potenziale per offrire opportunità per prevenire e contrastare le condizioni di solitudine e di povertà relazionale. In questa prospettiva è utile riflettere sulla specifica esperienza del cohousing. La finalità è quella di andare oltre la riprogettazione degli spazi pubblici in una logica di accessibilità e di funzionalità all’incontro e di fare anche dello spazio domestico un luogo di condivisione e non di separatezza, sfumando così i confini tra individuale e sociale, tra privato e pubblico. I limiti sono essenzialmente di natura culturale, connessi alla diffidenza verso forma di coabitazione anche con soggetti estranei, e di natura giuridica e amministrativa connessi invece alla perdurante carenza di una regolazione normativa di questo modello di abitare e del mancato sostegno istituzionale a sperimentazioni e modelli già implementati.
“L’invecchiamento non è solo biologico, ma anche culturale e sociale, e viene vissuto in modo diverso da uomini e donne. Queste differenze riguardano sia come le persone si vedono, sia come sono viste dagli altri”
Nella sua pubblicazione l’invecchiamento è letto anche attraverso una prospettiva di genere. Perché è importante guardare alla longevità con questa lente? Che cosa emerge dalla sua ricerca?
Le rappresentazioni collettive, in una dinamica relazionale, influenzano la percezione che ciascun soggetto ha della vecchiaia in generale e della propria vecchiaia in particolare e quindi dell’immagine di sé. L’invecchiamento in quanto processo biologico, culturale e sociale, è esperito in modo profondamente diverso da uomini e da donne, sia dal punto di vista della propria autorappresentazione identitaria, sia dal punto di vista delle rappresentazioni sociali e quindi dei modi nei quali si è percepiti. Il genere, quindi, è una variabile imprescindibile per comprenderne i fenomeni sociali e si presenta, anche per il processo dell’invecchiamento, come un elemento chiave per coglierne le peculiarità e le profonde specificità. Le ricadute, volendo anche solo tradurle in un sintetico elenco, mostrano la loro forza culturale e sociale sui piani della rappresentazione del corpo che invecchia, sulle perduranti attività di cura, sulla difficoltà di accesso allo spazio pubblico, sulle forme e le opportunità delle relazioni anche in ragione di un grado più basso di risorse economiche e culturali.
Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2026




