Skip to main content

L’Italia e la gestione del territorio: una sfida collettiva | Giulio Boccaletti

Testimonianza di Giulio Boccaletti
per Fondazioni marzo 2025

Giulio Boccaletti è direttore scientifico del Centro Euro- Mediterraneo sui cambiamenti climatici. Con Mondadori ha pubblicato “Acqua. Una biografia” (2022) e “Siccità. Un paese alla frontiera del clima” (2023)

L’acqua, elemento essenziale della nostra esistenza, racconta la storia delle nostre comunità e del nostro territorio. Osservare il paesaggio significa leggere le tracce dell’adattamento umano alle condizioni ambientali. Questo era vero per le civiltà mesopotamiche, per l’Atene di Solone e per l’Impero Romano, e continua a esserlo oggi. Tuttavia, la nostra capacità di gestire le risorse idriche e il territorio è messa alla prova da sfide complesse che richiedono dei cambiamenti strutturali. Le recenti alluvioni in Romagna, ad esempio, sollevano questioni cruciali su come affrontare i disastri ambientali e le fasi successive di ricostruzione. La gestione del territorio, infatti, non può essere solo la somma dei desideri individuali: è una questione collettiva, che richiede istituzioni capaci di sintesi e di visione a lungo termine. In Italia, il ruolo della società civile è centrale: il Paese si regge su una rete di iniziative locali che spesso suppliscono alle carenze dello Stato ma, in alcuni casi, si verifica una frammentazione istituzionale che rischia di compromettere la capacità di coordinare interventi efficaci. Un esempio concreto riguarda la gestione dei corsi d’acqua. Se un comune a monte prende decisioni sulla regolazione del flusso idrico senza considerare gli effetti a valle, il rischio di allagamenti aumenta. Tuttavia, ampliare le aree di espansione dei fiumi significa anche sacrificare terreni agricoli, ponendo un dilemma politico ed economico. Se il fiume in questione è, ad esempio, il Po, parliamo di un corso d’acqua che inizia in Piemonte e finisce in Romagna e questo evidenzia l’importanza di una governance territoriale più coordinata, che superi la frammentazione amministrativa e l’eccessiva localizzazione delle decisioni. In questo senso lo spostamento di competenze alle regioni e agli enti locali degli ultimi decenni ha mostrato i suoi limiti.

“Non si tratta solo di rispondere alle emergenze, ma di costruire una visione di lungo termine che tenga conto della storia, dell’economia e della geografia del nostro Paese”

La mancanza di una visione nazionale e di un coordinamento efficace sta portando a una gestione inefficace delle emergenze e delle risorse. Il caso della Romagna dimostra come infrastrutture pensate negli anni ’50 non siano più adeguate alle esigenze attuali. Eppure, invece di ripensare il territorio con strategie innovative, si tende a ricostruire esattamente ciò che esisteva, ignorando i cambiamenti climatici e le nuove sfide socio-economiche. In questo contesto ci sono alcune azioni che possono contribuire a un cambiamento di approccio: promuovere una coscienza collettiva sostenendo iniziative culturali ed educative, che aiutino le comunità a comprendere la relazione tra territorio e sviluppo economico. La popolazione italiana, in larga parte, è disconnessa dal proprio ambiente e non ha consapevolezza di come le scelte urbanistiche e ambientali influenzino la qualità della vita. Orientare la ricerca scientifica verso le sfide reali. Investire, ad esempio, in studi idrogeologici, pianificazione territoriale e modelli predittivi per il clima potrebbe fornire strumenti concreti per prevenire disastri e gestire le risorse in modo sostenibile. Conoscere l’economia reale: l’Italia ha un tessuto produttivo forte che è poco conosciuto e poco raccontato. Conoscere e valorizzare queste realtà è essenziale per pianificare interventi efficaci sul territorio. Infine dobbiamo tenere conto di tre grandi cambiamenti in corso ai quali è legata la trasformazione del territorio: la rivoluzione del lavoro, la transizione demografica e il cambiamento climatico. L’automazione e l’intelligenza artificiale stanno modificando la distribuzione della popolazione e il ruolo delle città, con il calo demografico nazionale che porta all’abbandono di intere aree rurali e montane. Allo stesso tempo, le condizioni climatiche alterano il paesaggio e richiedono strategie di adattamento urgenti. Affrontare queste sfide richiede una nuova consapevolezza collettiva e istituzioni in grado di guidare il cambiamento. Non si tratta solo di rispondere alle emergenze, ma di costruire una visione di lungo termine che tenga conto della storia, dell’economia e della geografia del nostro Paese. Perché senza una chiara idea di chi siamo, sarà difficile decidere dove vogliamo andare.

Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2025