Testimonianza di Paolo Venturi
per Fondazioni giugno 2026
Paolo Venturi è economista e studioso dell’economia sociale, docente di imprenditorialità e innovazione sociale all’Università di Bologna. La sua attività di ricerca è dedicata al Terzo settore, all’innovazione sociale, al welfare, all’impatto sociale e ai modelli di economia civile, contribuendo al dibattito sulle trasformazioni delle comunità e delle politiche sociali
I territori, prima che geografie, sono sistemi viventi: per prosperare ed evitare di fallire hanno bisogno di un’ecologia relazionale e di infrastrutture sociali. Lo spostamento non è ideologico: è iscritto nei dati. Negli ultimi dieci anni la povertà assoluta non è cresciuta ai margini, ma nel corpo del Paese: tra il 2014 e il 2024 gli individui in povertà assoluta sono passati da 4,1 a 5,7 milioni, un milione e mezzo in più in un decennio. Dati che raccontano come si diventi poveri persino quando il PIL cresce. Per gran parte del Novecento il bisogno sociale, ben più acuto e diffuso, era affrontato in una cornice mutualistica, dove il rischio era condiviso e si attenuava. Oggi quello stesso bisogno è individualizzato e il singolo si trova solo a fronteggiare la malattia, la perdita del lavoro, la cura di un anziano, il fallimento scolastico di un figlio. La privatizzazione del rischio non è solo più costosa in termini di spesa sociale: è più vulnerabilizzante, perché erode il capitale sociale che è il principale fattore protettivo. Più individualizziamo, più amplifichiamo l’incertezza. A ciò si aggiunge il peso di quei fattori che sono alla base delle disuguaglianze, condizioni che precedono volontà e talento, come ci conferma il dato secondo cui il titolo di studio dei genitori resta il migliore predittore di quello dei figli. Invocare il merito senza intervenire sulle cause non corregge la disuguaglianza: la naturalizza, trasformando in destino ciò che è struttura. È qui che anche la parola che ha dominato l’ultimo decennio, impatto sociale, mostra la corda: troppo spesso ridotta a metriche sterili e a una conta di prestazioni che si ferma alle conseguenze senza andare in profondità. Un impatto sociale che conta davvero dovrebbe abilitare ecosistemi intorno a sfide concrete e dirci se stiamo rendendo meno deterministico il legame tra nascita e destino.
“Le aspirazioni non sono distribuite equamente: chi vive nella scarsità ha meno occasioni di immaginare il futuro. Il talento è diffuso, le opportunità no: solo chi torna a desiderare il futuro può cambiarlo”
Per raggiungere questi obiettivi serve superare la logica del progetto a tempo, del bando isolato, della filiera settoriale. È il passaggio dalla filantropia per la comunità a quella con la comunità, e infine della comunità: dove gli stakeholder cessano di essere semplici portatori di interessi e diventano portatori di risorse, azionisti del proprio sviluppo. In questa prospettiva, radicata nell’economia civile, le Fondazioni di origine bancaria divengono il nodo fondamentale di una rete generativa, dove ogni euro erogato lascia non solo un servizio reso, ma una comunità più capace di prendersi cura di sé. Così facendo compiono un’azione di origine civile prima ancora che filantropica. C’è, infine, una capacità che le Fondazioni sono chiamate non solo a includere ma a coltivare: quella che A. Appadurai chiama la “capacità di aspirare”. Le aspirazioni non sono distribuite equamente: chi vive nella scarsità ha meno occasioni di esercitare il futuro, di immaginarsi altrove. È una povertà più radicale di quella materiale, perché chi non riesce ad aspirare resta prigioniero dell’esistente anche quando dispone di risorse. Il talento è diffuso, le opportunità no, e nemmeno la libertà di aspirarvi. Stimolarla non serve soltanto a far entrare chi è fuori, ma a trasformare la realtà: solo una comunità che torna a desiderare il proprio futuro, è in grado di cambiarlo.
Dalla rivista Fondazioni giugno 2026
Testimonianza di Paolo Venturi
per Fondazioni giugno 2026
Paolo Venturi è economista e studioso dell’economia sociale, docente di imprenditorialità e innovazione sociale all’Università di Bologna. La sua attività di ricerca è dedicata al Terzo settore, all’innovazione sociale, al welfare, all’impatto sociale e ai modelli di economia civile, contribuendo al dibattito sulle trasformazioni delle comunità e delle politiche sociali
I territori, prima che geografie, sono sistemi viventi: per prosperare ed evitare di fallire hanno bisogno di un’ecologia relazionale e di infrastrutture sociali. Lo spostamento non è ideologico: è iscritto nei dati. Negli ultimi dieci anni la povertà assoluta non è cresciuta ai margini, ma nel corpo del Paese: tra il 2014 e il 2024 gli individui in povertà assoluta sono passati da 4,1 a 5,7 milioni, un milione e mezzo in più in un decennio. Dati che raccontano come si diventi poveri persino quando il PIL cresce. Per gran parte del Novecento il bisogno sociale, ben più acuto e diffuso, era affrontato in una cornice mutualistica, dove il rischio era condiviso e si attenuava. Oggi quello stesso bisogno è individualizzato e il singolo si trova solo a fronteggiare la malattia, la perdita del lavoro, la cura di un anziano, il fallimento scolastico di un figlio. La privatizzazione del rischio non è solo più costosa in termini di spesa sociale: è più vulnerabilizzante, perché erode il capitale sociale che è il principale fattore protettivo. Più individualizziamo, più amplifichiamo l’incertezza. A ciò si aggiunge il peso di quei fattori che sono alla base delle disuguaglianze, condizioni che precedono volontà e talento, come ci conferma il dato secondo cui il titolo di studio dei genitori resta il migliore predittore di quello dei figli. Invocare il merito senza intervenire sulle cause non corregge la disuguaglianza: la naturalizza, trasformando in destino ciò che è struttura. È qui che anche la parola che ha dominato l’ultimo decennio, impatto sociale, mostra la corda: troppo spesso ridotta a metriche sterili e a una conta di prestazioni che si ferma alle conseguenze senza andare in profondità. Un impatto sociale che conta davvero dovrebbe abilitare ecosistemi intorno a sfide concrete e dirci se stiamo rendendo meno deterministico il legame tra nascita e destino.
“Le aspirazioni non sono distribuite equamente: chi vive nella scarsità ha meno occasioni di immaginare il futuro. Il talento è diffuso, le opportunità no: solo chi torna a desiderare il futuro può cambiarlo”
Per raggiungere questi obiettivi serve superare la logica del progetto a tempo, del bando isolato, della filiera settoriale. È il passaggio dalla filantropia per la comunità a quella con la comunità, e infine della comunità: dove gli stakeholder cessano di essere semplici portatori di interessi e diventano portatori di risorse, azionisti del proprio sviluppo. In questa prospettiva, radicata nell’economia civile, le Fondazioni di origine bancaria divengono il nodo fondamentale di una rete generativa, dove ogni euro erogato lascia non solo un servizio reso, ma una comunità più capace di prendersi cura di sé. Così facendo compiono un’azione di origine civile prima ancora che filantropica. C’è, infine, una capacità che le Fondazioni sono chiamate non solo a includere ma a coltivare: quella che A. Appadurai chiama la “capacità di aspirare”. Le aspirazioni non sono distribuite equamente: chi vive nella scarsità ha meno occasioni di esercitare il futuro, di immaginarsi altrove. È una povertà più radicale di quella materiale, perché chi non riesce ad aspirare resta prigioniero dell’esistente anche quando dispone di risorse. Il talento è diffuso, le opportunità no, e nemmeno la libertà di aspirarvi. Stimolarla non serve soltanto a far entrare chi è fuori, ma a trasformare la realtà: solo una comunità che torna a desiderare il proprio futuro, è in grado di cambiarlo.
Dalla rivista Fondazioni giugno 2026




