Intervista a Giovanni Lamura, Direttore del Centro Ricerche Economico-sociali per l’invecchiamento all’IRCCS INRCA di Ancona
L’Italia è uno dei paesi più anziani del mondo ma che impatto ha questo dato sulle famiglie? Quali nuove disuguaglianze stanno sorgendo? Dove è più importante intervenire? Di questo e di altro abbiamo parlato con Giovanni Lamura, direttore del Centro Ricerche Economico-Sociali per l’Invecchiamento all’IRCCS INRCA di Ancona, esperto di invecchiamento attivo e di non autosufficienza in età anziana.
Come viene trattato il tema “anziani” nel dibattito pubblico oggi?
Nel dibattito mediatico prevale un racconto sensazionalistico: da una parte ci sono le storie degli anziani “super performanti” e dall’altra la polemica sull’accesso ai servizi sanitari e le liste d’attesa. Questo, però, non permette di affrontare seriamente le questioni strutturali che riguardano la cura. Da un punto di vista di politiche pubbliche non va meglio. La legge 33 del 2023 sulla non autosufficienza individuava una serie di iniziative da intraprendere, anche per promuovere l’invecchiamento attivo, ma per la popolazione è quasi sconosciuta.
A proposito della riforma sulla non autosufficienza: quali sono stati i suoi effetti?
Inizialmente c’erano alcuni elementi molto innovativi come la prestazione universale per la non autosufficienza. Purtroppo il primo decreto attuativo ha declinato questa prestazione in modo molto restrittivo portando a pochissime adesioni e, dunque, ad una sperimentazione quasi inesistente. Il nostro paese, però, si basa prevalentemente su prestazioni monetarie che potevano essere collegate all’uso di servizi e invece si continua a erogare un contributo che le famiglie utilizzano in autonomia, moltiplicando il lavoro nero.
“La long-term care riguarda l’assistenza alle persone non autosufficienti: il nostro sistema si regge su un modello in cui le famiglie si organizzano in autonomia per la cura in casa, ma dobbiamo chiederci fino a quando sarà sostenibile?”
Cos’è la “long-term care” e qual è oggi il punto più fragile del sistema italiano in questo ambito?
La long-term care riguarda proprio l’assistenza alle persone non autosufficienti. Parlando di anziani, il nostro sistema si regge su un modello in cui le famiglie si organizzano in autonomia per la cura in casa. Dobbiamo chiederci: fino a quando sarà sostenibile? Questo modello oggi si scontra con una carenza generalizzata di personale assistenziale a livello europeo. Mancano infermieri, operatori e cominciano a mancare anche i medici. In un continente che invecchia avremmo bisogno di nuove forze giovani, ma le politiche migratorie sempre più restrittive rendono il sistema meno sostenibile. Un altro nodo è l’invisibilità del lavoro di cura. Accanto ai familiari caregiver e alle assistenti private c’è una terza colonna, quella degli operatori sociosanitari, di cui si parla molto poco. Sono figure essenziali che restano invisibili, presentano alti livelli di burnout, forte turnover e perfino situazioni di povertà lavorativa. Finché non verrà riconosciuto adeguatamente il loro ruolo anche il sistema della long-term care continuerà a essere fragile.
Quanto pesa ancora il modello “familistico” e quanto è sostenibile nel futuro prossimo?
Il nostro continua a essere un sistema fortemente familistico. Anche la recente misura a sostegno dei caregiver lo conferma: il contributo economico è legato alla convivenza con la persona non autosufficiente e questo ne limita molto l’utilizzo. Sostenere economicamente le famiglie è una buona soluzione, ma il punto centrale dovrebbe essere l’offerta di servizi che permetta ai caregiver di conciliare il lavoro con il loro ruolo in famiglia. Inoltre, la cura familiare sarà sempre meno sostenibile anche per ragioni demografiche. La generazione che oggi si prende cura dei genitori è cresciuta in famiglie con più figli; le prossime saranno numericamente più ridotte. A questo si aggiunge l’allungamento della vita lavorativa, che rende ancora più complessa la gestione della cura.
“L’invecchiamento non è solo un costo: se adeguatamente sostenuto può diventare una risorsa cruciale, e nelle condizioni in cui si trova oggi il nostro Paese lo deve diventare”
L’invecchiamento è solo un costo per il welfare o può diventare anche un motore di sviluppo sociale ed economico?
Le persone anziane sono già una risorsa fondamentale per la società. In un paese con pochi asili nido, a occuparsi dei bambini sono spesso i nonni. Lo stesso vale per il volontariato e per le reti di mutuo aiuto, dove la presenza degli anziani è molto significativa. Per questo l’invecchiamento non è solo un costo: se adeguatamente sostenuto, può diventare una risorsa cruciale, e, nelle condizioni in cui si trova oggi il nostro Paese, lo deve diventare. Oggi molte regioni si stanno muovendo con programmi dedicati all’invecchiamento attivo e questo è un segnale importante, perché finora erano soprattutto le associazioni a portare avanti queste iniziative.
Cosa serve per uscire dalla logica dell’emergenza e costruire una vera infrastruttura della cura?
Un modello esiste già ed è l’Home Care Premium dell’INPS. È un sistema sperimentato da tempo che consente di erogare servizi domiciliari utilizzando risorse pubbliche gestite, attraverso gli enti territoriali, dalle famiglie stesse. Oggi riguarda circa 400mila persone, ma è riservato ai dipendenti pubblici e solo ad alcune aree del Paese. Estenderlo significherebbe attivare in modo strutturale una rete di servizi di cura, anche coinvolgendo soggetti privati, esattamente quello che avrebbe dovuto fare la prestazione universale.
Aumento degli anziani e disuguaglianze sociali: che rapporto c’è? Abbiamo già segnali di correlazione?
L’aumento delle disuguaglianze non riguarda solo gli anziani, ma tutte le classi di età. Sembra però che ci sia una crescente accettazione di questo fenomeno, come se fosse inevitabile o addirittura meritato e questo mi sembra un forte segnale di una riduzione della coesione sociale nella nostra società. Il divario si riflette anche nella condizione delle persone anziane: chi ha più mezzi vive più a lungo e in condizioni migliori, mentre chi ne ha meno resta indietro. È una delle sfide principali che abbiamo oggi di fronte.
“Iniziative che mettano insieme giovani e anziani, se ben costruite e non solo simboliche, rafforzano sia l’invecchiamento attivo sia la coesione sociale”
Dove vede oggi le esperienze più interessanti di innovazione sociale sulla longevità?
Tra le esperienze più interessanti si parla molto di co-housing, che in Italia è ancora poco diffuso ma può rappresentare una risposta concreta. Stiamo avviando un progetto nelle Marche insieme all’Auser per mettere in relazione persone anziane sole e studenti in cerca di alloggio, verificando se questo modello possa essere esteso. Le esperienze intergenerazionali rappresentano un ambito molto promettente. Oggi la società è sempre più divisa per età e le occasioni di incontro tra generazioni sono diminuite. Progetti che rimettano in relazione giovani e anziani possono avere un forte impatto sia sul piano sociale sia su quello della qualità della vita.
Se dovessimo indicare tre priorità per i prossimi cinque anni, quali sarebbero?
La prima è promuovere un vero confronto intergenerazionale. Le politiche sull’invecchiamento vanno pensate lungo tutto il corso della vita e non solo quando si entra nella terza età. Iniziative che mettano insieme giovani e anziani, se ben costruite e non solo simboliche, rafforzano sia l’invecchiamento attivo sia la coesione sociale. La seconda è migliorare la qualità dell’assistenza domiciliare. Oggi il problema non è solo la copertura ma l’intensità del servizio. Per il caso italiano è decisivo mettere in relazione il lavoro delle assistenti familiari, i servizi territoriali e le prestazioni monetarie: è una connessione che può cambiare l’equilibrio del sistema. La terza è la lotta alla solitudine, uno dei fenomeni più profondi e diffusi della società contemporanea. Colpisce in modo particolare le persone anziane ma riguarda anche i più giovani. Affrontarla in modo strutturale produrrebbe effetti positivi su molti altri fronti del welfare e della qualità della vita.
Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2026




