Testimonianza di Andrea Conte
per Fondazioni marzo 2025
Andreco (Andrea Conte) è un artista che ha avviato un’innovativa fusione tra la formazione accademica in ingegneria ambientale e la sua arte, dando vita al “Climate Art Project”
All’università ho iniziato con le prime mostre e con il tempo gli studi in ingegneria ambientale sono entrati a far parte della mia ricerca artistica. La fusione tra l’attività artistica e quella di ricercatore, nell’ambito della gestione sostenibile delle risorse naturali, è avvenuta dieci anni fa con il progetto “Climate Art Project”. Si tratta di un progetto multidisciplinare che unisce arte, scienza e giustizia climatica e che ha sviluppato un suo metodo: si parte da ricerche multidisciplinari, avvalendosi di articoli scientifici e testi filosofici relativi a specifiche questioni ambientali, per poi svilupparle in opere d’arte di vario tipo. Non utilizziamo un unico medium, ma scegliamo quello più adatto al contesto in cui ci troviamo. Possono essere performance, installazioni, mostre, opere d’arte pubblica o workshop che coinvolgono la cittadinanza. Nel corso degli anni abbiamo abbandonato la lente “catastrofista”, perché spaventa e paralizza. Ormai, purtroppo, diamo per consolidato che viviamo nelle rovine di scelte industriali sbagliate e che i rischi che corriamo sono assodati. Stiamo invece cercando di creare opere che stimolino l’immaginazione su possibili azioni per il clima. Crediamo sia importante non solo criticare chi inquina e chi ancora investe nei combustibili fossili, ma anche immaginare scenari alternativi cercando di tutelare chi è più colpito dalla crisi ambientale, climatica e sociale. Collaboriamo, infatti, con molti centri di ricerca che si occupano di queste tematiche e, nel rispetto delle culture locali e delle caratteristiche di ciascun luogo, ne esploriamo i territori e li coinvolgiamo.
“Stiamo cercando di creare opere che stimolino l’immaginazione su possibili azioni per il clima. Crediamo sia importante, non solo criticare chi inquina e chi ancora investe nei combustibili fossili, ma anche immaginare scenari alternativi cercando di tutelare chi è più colpito dalla crisi ambientale, climatica e sociale“
Cerchiamo dunque di assumere un approccio “decoloniale” alla tecnica: non imponendo tecnologie o soluzioni standard, e neanche opere d’arte destinate a essere abbandonate. Le opere che realizziamo partono dal coinvolgimento delle persone che abitano quei luoghi e da laboratori di citizen science, la scienza partecipativa. Un esempio è il format “Aula Verde” o “Tree Room”, un metodo di riforestazione, una nature-based solution, concepito con criteri artistici, ecologici e sociali, che nasce dalla volontà di coinvolgere i cittadini in azioni collettive per la giustizia climatica e dalla necessità di sperimentare modelli “ecocentrici” come risposta all’antropocentrismo e all’estrattivismo. Il format è nato anche dalla collaborazione con la ricercatrice Laura Passatore dell’Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi terrestri del CNR. La sua progettazione e realizzazione sono state descritte in un articolo che abbiamo pubblicato su “Scientific Reports” di Nature, uno dei più importanti editori scientifici. L’articolo descrive un’Aula Verde realizzata nella Riserva Naturale della Valle dell’Aniene, a Roma, nell’ambito del progetto “Flumen”, incentrato sui fiumi e i parchi fluviali, in collaborazione con l’associazione “Insieme per l’Aniene” e un gruppo di cittadini. Il design dell’Aula Verde consiste in cerchi concentrici di alberi disposti in modo tale da dare l’impressione di trovarsi all’interno di una stanza costituita interamente da alberi. In base alle condizioni ecologiche del territorio, sono stati scelti alberi specifici, come salici e pioppi bianchi, per le loro caratteristiche e i servizi ecosistemici che forniscono. Questi alberi, infatti, sono in grado di trattare grandi quantità d’acqua e di mitigare le inondazioni dovute a piogge intense. L’arte ambientale, oggi che è tornata in auge, ha un valore se evita di partecipare a operazioni di greenwashing, contribuendo invece alla creazione di un immaginario ecocentrico, che consideri anche i bisogni e i diritti del non-umano, di tutto il vivente che è parte integrante dell’ecosistema che abitiamo. Il mio consiglio per gli studenti è sempre quello di operare con la solidità scientifica e in stretto contatto con i movimenti ecologisti e per la giustizia climatica. Anche il linguaggio dell’arte può contribuire al dibattito internazionale.
Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2025