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Preparare il futuro

Testimonianza di Letizia Mencarini
per Fondazioni marzo 2026

Letizia Mencarini è una demografa e studiosa dei cambiamenti sociali, con ricerche dedicate a famiglia, natalità, disuguaglianze di genere e trasformazioni demografiche in Italia e in Europa; la sua attività scientifica analizza in particolare le relazioni tra dinamiche familiari, lavoro e benessere delle persone, contribuendo al dibattito sulle politiche sociali e demografiche

In Italia viviamo più a lungo e, per questo, la nostra popolazione sta invecchiando. L’invecchiamento non è altro che l’aumento della proporzione delle età più avanzate rispetto ai giovani. Il nostro Paese mostra questa trasformazione in maniera chiara: nel 1975 la speranza di vita era di 73 anni mentre oggi supera di molto gli 83. Sempre nel 1975 solo il 78% delle persone superava i 65 anni, oggi parliamo del 92%. Allo stesso tempo però, da quasi mezzo secolo, le generazioni dei figli non sostituiscono quelle dei genitori e il saldo migratorio è inferiore rispetto ad altri paesi. Questa combinazione fa sì che l’Italia sia tra i paesi più anziani del mondo dopo il Giappone. Con l’aumento della sopravvivenza è importante porci delle domande su quali indicatori utilizziamo per misurare l’anzianità delle popolazioni. La soglia dei 65 anni che continuiamo ad utilizzare per definire la vecchiaia non rispecchia la società contemporanea. Le condizioni di salute e il rischio di morte che cinquant’anni fa appartenevano a un sessantacinquenne oggi si ritrovano oltre i settantacinque. Si è aperta una fase nuova della vita: una seconda età adulta che rappresenta una risorsa. I cosiddetti “giovani anziani”, infatti, sono milioni di persone attive, con autonomia, capacità di spesa, relazioni. Sono le persone che sostengono i grandi anziani.

Tra i 50 e i 65 anni è sempre più comune avere genitori o parenti di età pari o superiore a 85 anni di cui occuparsi: questo rapporto, che era pari al 3,4 per cento nel 1960, oggi è arrivato a superare la quota del 16 per cento. Ma dobbiamo essere chiari: questo modello non reggerà con i numeri delle generazioni (i baby boomers) che stanno entrando in queste età. Il rapporto di cura tra familiare e anziano diventa sempre meno sostenibile e produce sempre più disuguaglianze, perché i servizi si spostano sul mercato privato e dividono l’accesso tra chi ha le risorse per pagarli e chi no.

Mi riferisco soprattutto alle persone sole, in maggioranza donne, che vivono a lungo con una buona autonomia ma senza una rete quotidiana. Non sono persone da istituzionalizzare. Hanno bisogno di soluzioni abitative, servizi condivisi, strumenti per gestire le proprie risorse, spazi che tengano insieme indipendenza e relazioni come le strutture di co-housing. Oggi queste risposte esistono quasi solo in forma di mercato e per chi ha redditi elevati. Eppure riguardano diritti, dignità e qualità della vita delle persone.

“Dietro un novantenne o un centenario spesso c’è un settantenne che lo cura, ma dobbiamo essere chiari: questo modello non reggerà con i numeri delle generazioni che stanno entrando in queste età.”

La risposta a questi bisogni non può essere ignorata perché la longevità è un fenomeno prevedibile. Sappiamo già quanti grandi anziani ci saranno nei prossimi anni. Sappiamo che la fascia di età che si incrementerà di più sarà addirittura quella degli ultra centenari. Sappiamo che le pensioni future saranno più basse e che le eredità arriveranno sempre più tardi. Non prepararsi significa spostare il problema sulle famiglie e aumentare le disuguaglianze.

La preparazione riguarda tre livelli. Da un punto di vista individuale possiamo vivere più a lungo in buona salute tramite scelte di prevenzione e comportamenti consapevoli. A livello familiare c’è bisogno di una cultura della pianificazione del futuro ancora troppo poco presente. Non è più possibile dare per scontato che qualcuno dentro al nucleo familiare si occuperà di noi. Infine c’è il livello collettivo attraverso il quale bisogna adeguare servizi, sanità e politiche sociali a una domanda che cresce. Non basterà evitare dei tagli perché tenere ferme le risorse mentre i bisogni aumentano significa, di fatto, tagliare.

Viviamo più a lungo e questo è un successo collettivo; lavorare per eliminare le disuguaglianze che ne derivano è una sfida che non possiamo evitare.

Dalla rivista Fondazioni gennaio-marzo 2026