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Non importa quanti anni ho

Se l’avessero scritta oggi, When I’m Sixty-Four, pubblicata nell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band del 1967, The Beatles avrebbero forse dovuto intitolarla When I’m Eighty-Four.

Da allora, infatti, non solo l’aspettativa media di vita, nell’attuale Unione europea, è passata da circa 70 a poco meno di 82 anni (84 in Italia), ma è aumentata anche, in proporzione, la durata della vita attiva. L’aumento dell’aspettativa di vita porta con sé un’importante serie di opportunità, unitamente a una serie di problematiche di non facile soluzione, sia sul piano individuale che collettivo.

Tra le opportunità individuali, ovviamente, rientrano la possibilità di dedicare una parte più consistente della vita ai propri interessi, alle proprie passioni, ai propri affetti e, per chi ne è interessato e ne ha l’occasione, di prolungare la propria attività lavorativa.

Sul piano collettivo, un invecchiamento attivo consente alla comunità di poter beneficiare dell’esperienza, della competenza o della disponibilità di tempo, sia in campo lavorativo che al di fuori di esso, come, ad esempio, nell’ambito del volontariato o dell’assistenza ai propri familiari.

Sul piano delle problematiche individuali, rientrano quella della salute che, evidentemente, tende a indebolirsi con il passare degli anni, delle disponibilità economiche connesse a redditi pensionistici spesso inadeguati, nonché quella della solitudine, che tende a manifestarsi o acuirsi in tarda età.

Infine, sul piano collettivo, l’aumento dell’aspettativa di vita porta con sé rilevanti problematiche sul piano della tenuta del sistema pensionistico, dei costi dell’assistenza sanitaria, dell’accessibilità ai servizi e dei caregiver, siano essi famigliari o terzi.

Di fronte a questo scenario di opportunità e rischi, individuali e collettivi, non v’è dubbio che attenti comportamenti dei singoli durante l’intero corso della vita e politiche lungimiranti, di prevenzione e di assistenza, rappresentino strumenti per un invecchiamento più sano, felice e sostenibile. Ad esempio, un’alimentazione più salutare e l’attività fisica possono prevenire o ritardare il manifestarsi di patologie tipiche dell’invecchiamento, sebbene vada considerato che questi comportamenti sono fruibili a condizione che vi siano le necessarie risorse economiche e “culturali”, cosa che, evidentemente, non sempre è così. Così come, mirati investimenti nella ricerca sulle patologie connesse all’invecchiamento, servizi di assistenza sanitaria di prossimità, sostegno a realtà del Terzo settore che creano opportunità di invecchiamento attivo, adeguamenti del sistema pensionistico, sono alcune delle politiche che possono favorire il fiorire delle opportunità e l’appassire delle problematiche.

La questione, come si può facilmente intuire, è estremamente complessa, ma ineludibile. Necessita di scelte importanti e coraggiose da parte dei singoli e delle istituzioni. Le risorse economiche disponibili sono, come noto, limitate, ma sono certamente inferiori a quelle necessarie se si adottasse un approccio attendista (wait and see). Molto si è fatto in questo ambito. Ma, molto rimane ancora da fare, se vogliamo che chiunque viva questo importante pezzo della propria vita, possa pronunciare, con fiducia: “Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni” (dalla poesia “Non importa quanti anni ho” di José Saramago).

Dalla rivista fondazioni gennaio – marzo 2026