Intervista a Felice Scalvini, direttore della Fondazione Ravasi Garzanti
Felice Scalvini ragiona per immagini. Parla di sherpa che accompagnano una spedizione collettiva, di pesci che imparano a nuotare nell’acquario della città, di stanze della vita che non sono più predefinite ma da reinventare. Dietro queste metafore c’è una visione precisa: la longevità non è un’emergenza da governare, ma una trasformazione strutturale che la società sta affrontando, già prima delle politiche pubbliche.
Cominciamo da qui: di cosa si occupa la Fondazione Ravasi Garzanti?
La Fondazione Ravasi Garzanti ha ricevuto dal fondatore Livio Garzanti il mandato di occuparsi degli anziani di Milano. Quando nel 2019 abbiamo ridefinito missione e strategia, abbiamo scelto di essere una realtà attiva all’interno del contesto della città, non di avviare un nuovo servizio. Non abbiamo immaginato una nuova RSA o un nuovo servizio domiciliare. Ma abbiamo deciso di contribuire affinché i soggetti attivi della città – famiglie, pubblica amministrazione, mondo del welfare, volontariato – diventassero più consapevoli sul tema longevità. Milano conta già oggi centinaia di migliaia di ultra settantenni, e le proiezioni indicano una crescita. Ma prima ancora dei numeri, ci interessava la consapevolezza collettiva di questa trasformazione. Da qui siamo partiti.
Di cosa si tratta?
Di un vasto programma in tre linee di intervento: ricerca, cultura, e lavoro sul campo. Ci guida la convinzione che la longevità – insieme alla transizione ecologica – sia una delle grandi trasformazioni in atto a livello planetario. Le persone oggi hanno davanti a sé dieci o quindici anni di vita in più rispetto alle generazioni precedenti, e questo cambia i sistemi di relazione, i percorsi lavorativi, le reti familiari, l’organizzazione dei servizi. La nostra consapevolezza è che la società stia già reagendo a questa trasformazione. Nel costruire i propri itinerari di vita e le proprie relazioni – familiari, amicali, di vicinato, ma anche politiche e organizzative – le persone mettono già in campo strategie trasformative. Si adattano costantemente alle transizioni tecnologiche, economiche e demografiche. Le policy arrivano dopo. L’errore da non commettere è pensare che un problema inizi a esistere solo quando la politica pubblica decide di occuparsene. Una politica avveduta comprende le dinamiche in essere e si muove all’interno; non immagina di rimettere in ordine ciò che non sarebbe ordinabile.
“Siamo partiti dalla constatazione che esiste un’asimmetria informativa tra bisogni e risposte: i servizi ci sono, ma non sempre le famiglie riescono a intercettarli; abbiamo quindi creato sportelli territoriali che aiutano a orientarsi”
Dunque come state operando?
Il primo fronte è quello della ricerca. Stiamo collaborando con gli atenei milanesi e con centri internazionali, in particolare anglosassoni, per comprendere meglio le dinamiche dell’invecchiamento dal punto di vista sociologico, economico, relazionale. Il secondo fronte è quello della cultura. Attraverso teatro, arti performative, letture e dibattiti pubblici stiamo cercando di aiutare la città a prendere consapevolezza della trasformazione in atto, non solo nella dimensione privata, ma anche in quella collettiva. Il terzo fronte è quello del rapporto sia con le famiglie in cerca di risposte, sia con gli attori del welfare cittadino, soprattutto quelli micro: volontariato, reti di auto-organizzazione, forme di mutuo aiuto. Senza escludere i grandi player, dalle cooperative sociali alle istituzioni storiche milanesi. L’obiettivo è favorire contatti tra chi è in cerca di risposte e chi può darle lavorando anche a piccole tessiture comunitarie capaci di generare trasformazione nei quartieri.
Da questa impostazione nascono sportelli territoriali?
Sì. Siamo partiti da una constatazione: esiste un’asimmetria informativa tra bisogni e risposte. I servizi ci sono, ma non sempre intercettabili. Abbiamo quindi creato sportelli territoriali per orientarsi. Oggi esiste un hub centrale e una rete di sportelli distribuiti nella città. Ogni sportello svolge la stessa funzione nel contesto in cui è inserito: ospedali, biblioteche, case di quartiere, parrocchie. L’anno scorso abbiamo intercetta-to oltre 5mila famiglie. Molti contatti avvengono telefonicamente, ma garantiamo la possibilità di un incontro. L’idea non è aggiungere un servi-zio, ma connettere le risposte che già esistono: dalla ricerca della badante all’amministratore di sostegno, dall’assistenza domiciliare al supporto di vicinato.
“La crisi del welfare nasce spesso dalla distanza tra bisogni crescenti e visioni ideali: la risposta non può essere un’amministrazione che pretende di organizzare la società dall’alto, ma una capacità di auto-organizzazione sociale di cui la pubblica amministrazione è parte”
Da questo lavoro è nato il progetto dell’Alleanza per la Grande età?
Certo! Abbiamo deciso di chiamare a raccolta la città. Noi non abbiamo una dotazione sufficiente per coprire da soli l’intero territorio. E non siamo neanche interessati a farlo da soli. Non vogliamo essere un soggetto autoreferenziale: ci definiamo sherpa, portatori di zaino per una spedizione collettiva. L’Alleanza coinvolge innanzitutto la filantropia istituzionale, come polo aggregativo. Prima di lanciare questo appello all’esterno, ci siamo rivolti al sistema della filantropia – abbiamo contattato le principali fondazioni corporate Foto tratta dalla pagina Facebook di Fondazione Ravasi Garzanti e di origine bancaria della città – e i riscontri sono stati molto positivi. Parallelamente dialoghiamo con il Comune di Milano, senza chiedere sussidi, ma solo di essere riconosciuti come parte della grande operazione collettiva di affrontare l’invecchiamento della città. L’Alleanza vuole diventare un’infrastruttura capace non solo di raccogliere risorse, ma anche di coinvolgere persone, imprese, attori del welfare, caregiver e reti di vicinato. Per questo, il prossimo 28 maggio lanceremo pubblicamente questa chiamata aperta a tutta la città.
In questo equilibrio tra auto-organizzazione sociale e intervento pubblico, come si colloca il tema dell’universalismo dei diritti?
L’universalismo è la nostra stella polare. Ma siamo convinti che per seguirla non si possa pro-cedere per astratte pianificazioni. Preferiamo parlare di promozione delle potenzialità, richiamandoci alla teoria delle capabilities di Amartya Sen e Martha Nussbaum. Anche chi ha un reddito minimo o una scarsa autosufficienza possiede potenzialità che vanno sviluppate. La cosiddetta crisi del welfare nasce spesso dalla distanza tra bisogni crescenti e visioni ideali. I bisogni si espandono continuamente: ricordando una antica rappresentazione, quanto più la freccia avanza, tanto più il bersaglio si sposta. La risposta non può essere un’amministrazione che pretende di organizzare la società dall’alto, ma una capacità di auto-organizzazione sociale di cui la pubblica amministrazione è parte. Noi partecipiamo ai tavoli sulle politiche pubbliche, ma lavoriamo soprattutto per una trasformazione sistemica sostenuta dalla filantropia e dalla società civile.
“La generazione senior attuale sta mettendo in campo una capacità di protagonismo e invenzione che sta trasformando il modo di essere vecchi, come occasione per reinventare l’ultima fase della vita sulla base dell’esperienza accumulata nella precedente”
Questo modello è replicabile fuori Milano?
Sì, perché ogni territorio sta affrontando la transizione demografica. L’azione filantropica deve entrare nelle dinamiche sociali in modo consapevole e abilitante. Va adattata ai contesti locali, ma è possibile ovunque. Per questo abbiamo creato un’impresa sociale, “Voice Italia”, in partenariato con il National Innovation Centre for Ageing del Regno Unito, per rendere disponibile il know-how maturato. Abbiamo già avviato sperimentazioni in altri territori e dialoghi con fondazioni locali. Noi portiamo metodo ed esperienza; la messa a terra spetta agli attori del territorio.
Infine, quale ritiene sia lo snodo culturale più interessante della longevità?
Per secoli la vita è stata organizzata come una sequenza predefinita: infanzia, giovinezza, età adulta, poi una sorta di sala d’attesa finale. Oggi questa sequenza si sta destrutturando. Le generazioni rinegoziano i propri ruoli. La generazione senior attuale sta mettendo in campo una capacità di protagonismo e invenzione che sta trasformando il modo di essere vecchi. Non nel senso dell’eterna giovinezza che spesso i rotocalchi propongono, ma come occasione per reinventare l’ultima fase della vita. È qui lo snodo: fare della longevità non un problema da gestire, ma una risorsa per le persone e per il Paese
Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2026




