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Le parole giuste per raccontare il clima | Serena Giacomin

Intervista a Serena Giacomin, Direttrice Scientifica dell’italian Climate Network

Serena Giacomin è fisica, meteorologa, climatologa e direttrice scientifica dell’Italian Climate Network. Autrice di “Missione Aria Pulita” con Alessia Iotti (Edizioni Ambiente 2023) e di “Pinguini all’Equatore. Non tutto ciò che senti sul clima è vero” con Luca Perri (DeAgostini 2020).

Che differenza c’è tra meteo e clima?

Questa differenza fa spesso cadere in errore anche la comunicazione generalista. Oggi dobbiamo dire che ignorarla è un errore grave perché intacca direttamente la capacità dei cittadini di orientarsi, comprendere e interpretare quello che succede intorno a loro. Meteorologia e climatologia sono due materie che hanno degli aspetti in comune: entrambe studiano la fisica dell’atmosfera, la fisica del clima e l’interazione di questi sistemi con tutto ciò che ci sta intorno. La meteorologia, però, studia la possibile evoluzione della atmosfera in maniera deterministica, cioè cerca di determinare la possibile evoluzione dell’atmosfera; un’analogia potrebbe essere uno studio per determinare la possibile traiettoria di una pallina o di un proiettile. La climatologia studia la fisica dell’atmosfera e la fisica del clima, ma con una base statistica e non deterministica. Cerca, quindi, di studiare il clima nel passato, nel presente e di produrre degli scenari futuri, dipendenti anche da quelli che saranno i comportamenti delle società umane. In questo caso, infatti, si parla di scenari e non di previsioni. Anche questa differenza è fondamentale perché gli scenari dipendono da molti fattori, non solo afferenti alla fisica ma anche alla politica e all’economia. Questa differenza di metodo è fondamentale per rispondere a chi, se arriva una giornata particolarmente fredda a marzo, si chiede se il riscaldamento globale sia vero. Un evento anomalo fuori stagione in Italia non significa nulla dal punto di vista climatico e su scala globale, è un’oscillazione meteorologica che non influenza in nessun modo una tendenza diffusa e su una scala temporale più lunga.

Chi utilizza il meteo per mettere in discussione il cambiamento climatico cade in errore dunque.

La meteorologia può dirci che tempo c’è ora e cosa ci aspettiamo nelle prossime tre/sei ore, la climatologia risponde alla domanda che tempo mi aspetto oggi in base al posto in cui mi trovo e al clima del territorio in cui sono. Da una parte che tempo c’è, dell’altra che tempo mi aspetto dal punto di vista climatico.

“Meteo e clima vengono spesso confusi. Ignorarne le differenze può intaccare la capacità delle persone di orientarsi, capire e interpretare alcuni fenomeni”

Che responsabilità può avere il mondo del giornalismo e della comunicazione su questo tema?

Bisogna partire dicendo che la questione climatica richiede uno sforzo di tutti gli attori della società perché è un problema estremamente complesso. Proprio questa complessità ha un impatto forte sulla comunicazione perché è difficile spiegare alcune ricerche scientifiche. Dobbiamo dire, però, che si sono fatti molti passi avanti in questo senso, anche il report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ormai ha aggiunto video e grafiche per trasmettere i concetti più importanti. Sono stati prodotti anche molti materiali per giornalisti che vogliono parlare di cambiamento climatico – possiamo citare quello della World Weather Attribution o Climate Outreach – ma anche per scienziati che vogliano comunicare in maniera più accessibile il loro lavoro. Oltre alla complessità, però, ci sono degli errori che possiamo e dobbiamo superare. Abbiamo fatto l’esempio della differenza tra meteo e clima ma non solo: chiediamoci come narriamo la transizione ecologica, come poco e male abbiamo raccontato la recente COP16 a Roma sulla biodiversità. Ragioniamo, anche, sulle etichette che abbiamo dato alle cose: siamo sicuri che “green” sia la categoria giusta sempre per parlare di attività in contrasto all’emergenza climatica? La conservazione della biodiversità riguarda la sopravvivenza delle nostre attività sociali ed economiche, non è solo una questione “green” nell’accezione più comune.

Ci sono dei messaggi che vengono trasmessi e che sono provatamente falsi?

Dagli elefanti di Annibale che riuscirono a superare le Alpi perché faceva più caldo al nome della Groenlandia che significava “Terra verde”, con queste leggende si continuano a smentire delle evidenze scientifiche che dovrebbero diventare soluzioni e strumenti per abilitare l’opinione pubblica. Qualcuno lo fa in maniera mirata, solo per alimentare un dibattito che è esclusivamente mediatico, altri si aggrappano ad alcune posizioni perché l’emergenza climatica è spaventosa. Ci conforta pensare che potremo conservare lo status quo senza conseguenze, ma l’inazione invece le aumenta e le avvicina.

“La questione climatica richiede uno sforzo di tutti gli attori della società perché è un problema estremamente complesso. Proprio questa complessità ha un impatto forte sulla comunicazione perché è difficile spiegare alcune ricerche scientifiche”

Cosa possono fare gli individui rispetto a governi o aziende nella lotta alla crisi climatica?

Prima di tutto è fondamentale un cambiamento sistemico. I negoziati internazionali non sono perfetti e vengono spesso criticati, però sono l’unico processo multilaterale che abbiamo a disposizione. Ancora di più dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi dobbiamo rafforzare questo sforzo collettivo. Per quanto riguarda le persone, come individui penso che la prima cosa da fare sia quella di attuare soluzioni praticabili nella loro vita di tutti i giorni. Quando vado nelle scuole chiedo di pensare a una richiesta che si possa fare agli insegnanti o ai presidi. Qualcosa che può apparire come piccolo, ma che sia fattibile e inneschi un cambiamento. Poi dobbiamo pensare alla forza della collettività e delle richieste che arrivano dal basso. Diventare collettività ci può aiutare anche a superare un disorientamento che come individui soli potremmo avere. Insieme, poi, dobbiamo essere più bravi a condividere i risultati e proporre esperienze replicabili. Come esseri umani siamo capaci di recepire e riprodurre azioni virtuose, dobbiamo impegnarci a innescare questo circolo e raccontare la transizione energetica anche come possibilità di costruire qualcosa di nuovo e migliore. Infine c’è un altro tema importante che possiamo affrontare singolarmente o come collettività.

Quale?

Quello degli investimenti. Dobbiamo chiedere a chi gestisce i nostri risparmi in cosa vengono investiti. Ci deve essere la massima trasparenza su questo per poter escludere chi investe in progetti pilota per le estrazioni di combustibili fossili o in armamenti. Bisogna cominciare a fare anche queste domande per avviare una transizione climatica.

“Dobbiamo essere d’accordo sul fatto che il nostro nemico non è la transizione energetica ma il non attuarla. Inoltre, dobbiamo tenere in considerazione come intendiamo farla per evitare nuove disuguaglianze” 

La transizione climatica però può avere impatto diverso sulle persone a seconda di tante variabili, per questo è nato il concetto di “Just Transition”. Di cosa si tratta?

Nel momento in cui noi intendiamo portare avanti una strategia di transizione, il concetto di Just Transition ci ricorda come occorra necessariamente tenere in considerazione la complessità della nostra società. Questa complessità non riguarda solo la riduzione dell’impatto ambientale, ma anche la trasformazione del mondo del lavoro, della salute, le diversità di genere e altri molti aspetti che in un’ottica di transizione devono necessariamente essere considerati. Se non siamo in grado di fare questo operiamo una transizione che magari ridurrà le emissioni di gas climalteranti, ma impatterà su altri settori creando disuguaglianze. A volte si fa riferimento ai costi che la transizione energetica comporterebbe per le persone, ma la BCE e la Word Bank ci dicono che più aspettiamo e più sarà costosa. Dobbiamo essere d’accordo sul fatto che il nostro nemico non è la transizione, ma il non attuarla. Inoltre, dobbiamo tenere in considerazione come intendiamo farla per evitare nuove disuguaglianze.

Appunto, cosa possiamo fare per assicurare che questa transizione non lasci indietro nessuno?

Come collettività possiamo fare tanto. Non solo quando richiediamo, ma anche nel momento in cui riceviamo un cambiamento. Faccio un esempio concreto: la questione dell’efficienza energetica imposta dall’Unione Europea. Come in altri casi, niente è perfetto e ci sono aspetti migliorabili, ma di efficienza energetica degli edifici si parla da vent’anni. Si sarebbe dovuta costruire una strategia e un piano per migliorare l’efficienza energetica degli edifici in Italia, recependo quelle che sono le direttive europee. Questo non è stato fatto e oggi si accusa l’Unione Europea di imporre direttive che pesano sulle tasche dei cittadini. La domanda da farsi però è, di nuovo: cosa costa di più ai cittadini? La direttiva o la mancata strategia e piano di azione per migliorare l’efficienza energetica degli edifici? Dobbiamo approfondire, viviamo in un mondo dove ci sono molte notizie false o imprecise. Essere informati ci permette di esercitare al meglio il nostro diritto di voto e andare a individuare le persone che meglio possono portare questo tema nelle istituzioni.

Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2025