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Democratizzare la transizione ecologica | Paola Imperatore

Intervista a Paola Imperatore, co-autrice del libro de “L’era della giustizia climatica” con Emanuele Leonardi. Prospettive politiche per una transizione ecologiche dal basso”.

«La governance globale sul clima ha fallito. Da quando i governi di tutto il mondo si incontrano per affrontare la crisi climatica, dal 1992 a oggi, il trend delle emissioni è cresciuto esponenzialmente». Lo dice chiaramente Paola Imperatore, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa e membro dell’Osservatorio su Politica e Istituzioni. I movimenti per la giustizia climatica, come Fridays for future ? a suo avviso ?, nascono proprio per far emergere questo fallimento ed evidenziare come sia mancata una reale volontà politica di invertire la tendenza. Non esistono ricette facili, ma Imperatore è convinta che la mobilitazione dal basso possa innescare un reale cambiamento e riorientare le politiche dei governi. Ad esempio, il collettivo di fabbrica della GKN di Firenze sta sperimentando una riconversione dell’industria in chiave ecologica, immaginando una trasformazione dell’intero settore dei trasporti verso la mobilità sostenibile.

Che cosa si intende per giustizia climatica?

Il concetto di giustizia climatica nasce dal basso, dai movimenti sociali, dalle organizzazioni e dalle comunità ambientaliste del Nord e Sud globale, per evidenziare una questione legata intrinsecamente alla crisi climatica: l’ingiustizia sociale. La crisi climatica non è una casualità e tantomeno la si può considerare una responsabilità dell’umanità intera indistintamente. È ormai indubbia la forte sproporzione di responsabilità nel generare la crisi climatica, l’aumento di CO2, il riscaldamento globale e tutti i problemi annessi. Il concetto di giustizia climatica prova dunque a tenere insieme queste due facce della medaglia ? la crisi climatica e l’ingiustizia sociale – cercando di essere, contemporaneamente, una griglia di lettura per immaginare delle soluzioni, e uno strumento di riscatto contro le ingiustizie sociali, di genere e razziali.

Non c’è dunque soluzione alla crisi climatica senza combattere l’ingiustizia sociale?

Sì, non possiamo focalizzare l’attenzione sull’abbattimento della CO2 dimenticandoci di chi siano le responsabilità di questa crisi e facendo ricadere i costi delle politiche climatiche sui soggetti cosiddetti “marginali”. In questo modo rischiamo di riprodurre lo stesso sistema che ha causato la crisi climatica con tutto il suo portato di ingiustizia, avvallando – dietro la retorica green della transizione ecologica – una nuova stagione di estrazione intensiva di risorse naturali dal Sud globale. In questo modo il Nord globale, che ha contribuito maggiormente a creare il problema, contraendo un debito ecologico nei confronti del Sud globale, continuerebbe a sfruttare, devastare e usurpare quei territori, rendendoli sempre meno vivibili e attraversati da tensioni per l’accaparramento di risorse. Questo pone, di conseguenza, anche il tema delle migrazioni.

“Non possiamo focalizzare l’attenzione sull’abbattimento della CO2 dimenticandoci di chi siano le responsabilità di questa crisi e facendo ricadere i costi delle politiche climatiche sui soggetti cosiddetti marginali La governance globale sul clima ha fallito.” 

Ci può spiegare meglio?

Sto parlando di quelle che nel Nord globale vengono definite “migrazioni climatiche”, e che, per chi invece deve affrontarle, si chiamano disastri climatici e migrazioni forzate. È necessario leggere questi fenomeni alla luce delle relazioni di potere asimmetriche tra una parte che devasta e sfrutta impunemente e un’altra parte che è costretta a fuggire, la cui mobilità viene oltretutto ostacolata e considerata illegale.

Perché questo tema è entrato nel dibattito pubblico negli ultimi anni?

Perché sono nati i movimenti climatici giovanili e la giustizia climatica è diventata un tema capace di vivere nelle piazze e di diventare una prospettiva di lettura ampia alla quale molti movimenti hanno preso parte. È un passaggio storico rilevante, non solo in termini di ampiezza e approfondimento del dibattito, ma anche per la capacità di incorporare altri movimenti, come quelli per i lavoratori e le lavoratrici, contro la violenza di genere, il neocolonialismo e l’ingiustizia sociale.

“Lo dimostrano i dati: da quando i governi di quasi tutto il mondo si incontrano per affrontare la crisi climatica, cioè dal 1992 a oggi, il trend delle emissioni non solo è cresciuto, ma è cresciuto esponenzialmente Le cose sembrano sempre immodificabili fino a che qualcosa non le cambia.” 

In che modo si inserisce la governance globale sul clima in questo dibattito?

Innanzitutto è assolutamente necessario chiarire che la governance globale sul clima ha fallito. Lo dimostrano i dati: da quando i governi di quasi tutto il mondo si incontrano per affrontare la crisi climatica, cioè dal 1992 a oggi, il trend delle emissioni non solo è cresciuto, ma è cresciuto esponenzialmente. Il movimento Fridays for future nasce proprio per far emergere pubblicamente la fallacia delle COP (Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), la loro responsabilità sulla crisi climatica, e per rendere chiaro che questo fallimento era del tutto prevedibile.

Perché era prevedibile?

Perché i governi hanno deciso di gestire la crisi climatica attraverso gli strumenti del mercato. Le emissioni climateranti, da questione di natura socio-ambientale, diventano merce, qualcosa attorno alla quale si creano degli equilibri di potere, dei prezzi e degli scambi all’interno del mercato globale (ci riferiamo al mercato dei crediti di carbonio su cui si incentrano le COP). I movimenti hanno cercato di fare leva proprio su questa contraddizione: se vogliamo davvero risolvere il problema è necessario avere il coraggio di mettere in discussione il sistema economico da cui originano le disuguaglianze sociali, il cambiamento climatico, le discriminazioni e le oppressioni oggi esistenti.

“Altre forme sono possibili, ma è necessario, la volontà e l’impegno politico, accademico e della società civile per dare slancio e una direzione al cambiamento.”

C’è una strada praticabile in questo momento?

Io non credo nelle ricette pronte. Le ricette non ci sono, si creano. Nella storia ci sono sempre stati processi collettivi, politici e sociali che hanno portato a una direzione piuttosto che un’altra. Le cose sembrano sempre immodificabili fino a che qualcosa non le cambia. È necessario relativizzare la nostra posizione del mondo e capire che il sistema in cui viviamo, anche se ci sembra naturale e l’unico possibile, è in realtà un sistema recente, un sistema giovane. Altre forme sono possibili, ma è necessario, la volontà e l’impegno politico, accademico e della società civile per dare slancio e una direzione al cambiamento. Esistono già esperienze virtuose che provano a farlo e che possono essere ampliate.

Può fare un esempio?

Si pensi, ad esempio, all’alleanza tra i movimenti per la giustizia climatica e il collettivo di fabbrica ex GKN. Tanti sono stati i frutti, non solo per la mobilitazione, ma per lo sforzo di dialogo ed elaborazione. Da questo incontro sono state scritte delle proposte per una riconversione dell’industria in chiave ecologica, per cominciare a immaginare una trasformazione del settore dei trasporti verso la mobilità sostenibile pubblica. Il collettivo è riuscito a far nascere un consorzio regionale che potrà essere cruciale in questa fase di riconversione e ha lanciato gli Stati generali per la giustizia climatica e sociale. Solo una democratizzazione della transizione ci può garantire che avvenga nell’interesse comune e che risponda a un’utilità sociale e non al profitto.

Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2025