Intervista a Stefano Ciafani, Presidente Nazionale Legambiente
Il cambiamento climatico sta innescando nel nostro Pianeta una serie di conseguenze che vanno dallo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, al verificarsi di fenomeni estremi come uragani e alluvioni che, a loro volta, provocano ulteriori fenomeni distruttivi. E questo è solo un aspetto delle tante conseguenze che il surriscaldamento globale sta provocando. La comunità scientifica attribuisce buona parte della responsabilità di questi fenomeni alle emissioni antropiche di gas a effetto serra. Per contrastare questo andamento preoccupante è necessaria una rivoluzione energetica che può, forse, cambiare le sorti del nostro Pianeta. In linea con l’accordo di Parigi del 2015, l’Unione Europea vuole raggiungere entro il 2050 l’azzeramento delle emissioni di gas a effetto serra. Abbiamo parlato di questo, e non solo, con Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente.
Nella rivoluzione energetica che ruolo hanno le associazioni ambientaliste?
Il ruolo delle associazioni ambientaliste, in questo scenario, dovrebbe essere quello di sostenere questo percorso di graduale “liberazione” del sistema energetico dalla morsa delle fonti fossili. Si tratta di un percorso che ovviamente deve riguardare diversi settori: dalla produzione di energia elettrica alla mobilità, dall’industria ai consumi energetici negli edifici e nell’agricoltura. Questa è la via che tutte le associazioni ambientaliste dovrebbero seguire – utilizzo il condizionale non a caso – perché una parte del mondo ambientalista è assolutamente attiva in questo senso e sostiene con convinzione la realizzazione di impianti eolici, fotovoltaici, la riconversione green delle raffinerie di petrolio, la messa a sistema di modelli agricoli più sostenibili. Ma, purtroppo, non tutta la maggioranza del mondo ambientalista è di questo avviso, o meglio, c’è chi a parole dice bene, ma in pratica fa meno. Ecco, c’è una buona porzione di associazioni, fortunatamente quelle più grandi e strutturate per esempio che guarda alla luna mentre, altre realtà più piccole ma non meno impattanti, che guardano al dito che indica la luna.
“Il ruolo delle associazioni ambientaliste, in questo scenario, dovrebbe essere quello di sostenere questo percorso di graduale “liberazione” del sistema energetico dalla morsa delle fonti fossili”
Come interviene Legambiente per sensibilizzare l’opinione pubblica?
Dagli anni ’80, ovvero da quando siamo nati, proponiamo iniziative che cercano di sensibilizzare diversi mondi. In primis i cittadini ovviamente, che sono i nostri principali interlocutori e su di loro siamo intervenuti con varie strategie. Per esempio nel 1986, quando di crisi climatica se ne parlava poco, abbiamo promosso un’iniziativa a largo spettro sul territorio che prevedeva il monitoraggio delle acque del mare. I risultati di queste indagini sono stati comunicati ai cittadini per far comprendere loro quanto alcuni tratti di mare fossero inquinati dagli scarichi non depurati e, quindi, suscitare in loro un allarme che potesse indirizzarli correttamente nelle pratiche quotidiane. Sempre negli anni ’80 abbiamo promosso iniziative con le Ferrovie dello Stato sull’inquinamento atmosferico e acustico nelle grandi città. Tutto questo lo facciamo anche oggi, con diversi strumenti chiaramente ma perseguendo gli stessi obiettivi. Oggi siamo più puntuali nel racconto analitico degli effetti causati dalla crisi climatica sul territorio nazionale. Ma non è sufficiente raccontare che l’orso bianco rischia di non sopravvivere a causa dello scioglimento dei ghiacciai, oppure che gli atolli delle Maldive prima o poi sprofonderanno sott’acqua a seguito dell’innalzamento degli oceani; parliamo di problemi vicini ai cittadini, fenomeni che si verificano quotidianamente e che impattano sulla vita di ognuno di noi. Ovviamente la nostra attività di comunicazione parte dai cittadini ma si rivolge anche al mondo politico e istituzionale, sia locale, che regionale e nazionale. Il terzo interlocutore a cui ci rivolgiamo è il mondo imprenditoriale. L’industria è una settore che può dare un contributo importante in termini di rivoluzione energetica. Nel mondo imprenditoriale abbiamo moltissimi partner, compagni di viaggio che ci sostengono e appoggiano non solo in teoria, ma anche nella pratica. Tuttavia c’è ancora una cospicua parte di aziende che non combatte la crisi climatica con gli strumenti giusti.
Può spiegarci meglio qual è il ruolo delle imprese italiane nella mitigazione e nella resilienza climatica?
Si tratta di un ruolo decisivo. Come dicevo ci sono diverse aziende già impegnate nella riduzione delle emissioni di gas serra, penso alle aziende che sono oggetto delle tappe della nostra campagna itinerante “I cantieri della transizione ecologica”, iniziata nel maggio del 2023, che mostra fabbriche virtuose che possano essere d’esempio per il mondo imprenditoriale. Per esempio, tra le trenta tappe compiute nel nostro viaggio, abbiamo raccontato della più grande fabbrica d’Europa del fotovoltaico in Sicilia, oppure in Veneto dove abbiamo visitato una fabbrica di vetro dove riciclo, efficienza e transizione energetica si incontrano. Questi sono tutti luoghi dove la transizione ecologica è concreta realtà. Con queste buone pratiche speriamo di fare leva sulla sensibilizzazione anche di quella parte di impresa che ancora non coglie l’allarme.
“Probabilmente nel 2025 avverrà lo storico sorpasso delle rinnovabili sulle fossili per la produzione di elettricità”
Rinnovabili in Italia: a che punto siamo e che prospettive ci sono?
Nonostante i ritardi dovuti alle mille difficoltà burocratiche, ai problemi di consenso territoriale per la realizzazione degli impianti, l’Italia è ben piazzata. Nel 2024 le rinnovabili hanno prodotto il 41% dell’elettricità del Paese e le fossili di gas hanno prodotto il 42%. Questo significa un sostanziale pareggio ed è la prima volta che succede. Se continuiamo così, quest’anno, il 2025, ci sarà lo storico sorpasso delle rinnovabili sulle fossili per la produzione di elettricità. Tuttavia, per ottenere risultati sempre più efficaci, occorre semplificare gli iter burocratici, velocizzare gli iter autorizzativi, incentivare un nuovo percorso di partecipazione sui territori per ridurre le contestazioni e le reticenze.
Passiamo allo scenario globale. Il nuovo assetto mondiale sta determinando una frenata rispetto alle politiche ambientali. Cosa ne pensa?
Direi che nei prossimi anni la Cina proseguirà a ricoprire il ruolo di principale inquinatore al mondo in termini di gas serra. Ma continuerà anche a essere il principale investitore al mondo di tecnologie green. Se la Cina continua a investire, come ha fatto negli ultimi dieci anni, sulle tecnologie pulite, aiuterà il resto del mondo a decarbonizzarsi. Negli Stati Uniti, con la nuova amministrazione Trump, finora stiamo assistendo a ciò che già con la prima era trumpiana avevamo osservato: tanta propaganda e poco impatto sul territorio. Infatti, come già otto anni fa successe, le aziende americane non sono così poco lungimiranti da seguire quello che dice il presidente statunitense. Le aziende pensano ai loro interessi e a fare il loro business. Sono circa dieci anni che l’economia mondiale si sta orientando verso le tecnologie verdi e il mondo dell’imprenditoria questo lo sa bene. Durante l’ultima campagna elettorale Donald Trump ha continuamente ripetuto lo slogan “Drill, baby, drill!”, che significa trivellare. Il riferimento è all’obiettivo di incrementare le esplorazioni petrolifere e l’uso di combustibili fossili. Speriamo che nei prossimi quattro anni le aziende americane del “drill”, continuino a fare quello che fanno da tempo, investire sulle tecnologie verdi, perché a loro interessa vendere nel mondo e nel mondo nei prossimi anni e decenni si venderanno solo le tecnologie pulite.
“Sono circa dieci anni che l’economia mondiale si sta orientando verso le tecnologie verdi; il mondo dell’imprenditoria questo lo sa bene”
Abbiamo dati a supporto?
Certo. Nel 2003, la International Renewable Energy Agency (Irena) ha diffuso i dati relativi agli investimenti nel mondo rispetto alla produzione energetica. Ebbene, ventidue anni fa l’energia ricavata da fossili nucleari era l’85% e solo per il 15% dalla filiera delle rinnovabili. Nel 2023 questi dati cambiano: l’85% degli investimenti nel mondo nella produzione di energia ha riguardato la filiera delle rinnovabili e solo il 15% quella delle fossili e del nucleare. In soli vent’anni, queste due percentuali si sono invertite. Questo è il racconto, dati alla mano, e questo prescinde da quello che può dire il presidente degli Stati Uniti, o qualsiasi leader sovranista in circolazione. Il mondo sta andando nella direzione giusta ed è così che riusciremo a ottenere buoni risultati nella lotta alla crisi ambientale e climatica.
Dalla rivista Fondazioni gennaio – marzo 2025