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Adda passà ‘a nuttata! | Giorgio Righetti

Solo pochissimi anni fa i programmi di decarbonizzazione del pianeta sembravano avviati a un progressivo, seppur lento, ineluttabile successo prospettico. L’Unione Europea, con l’adozione del Green Deal del 2019, si faceva portabandiera della necessità di intervenire convintamente per attenuare gli effetti del cambiamento climatico e giungere alla neutralità entro il 2050. La sostenibilità sembrava la condizione imprescindibile di qualsiasi nuova iniziativa di investimento, sia pubblica che privata, così come, a livello individuale, consumi e comportamenti quotidiani venivano allineati al perseguimento di questo grande obiettivo collettivo. Il termine sostenibilità era entrato gradualmente, ma prepotentemente, nel lessico comune. Sembra passato un secolo da allora! Oggi la sostenibilità non appare più essere l’ispiratrice degli orizzonti del nostro futuro. Anzi, viene additata da più parti quale responsabile della crisi di alcuni settori industriali e dei conseguenti costi sociali che ne sono derivati. Soffiando sul fuoco del disagio e dell’instabilità sociale, che ha evidentemente cause molteplici e ben più complesse, numerose formazioni politiche in tutta Europa hanno messo nel mirino le politiche dell’Unione, comprese quelle sul clima, mentre negli Stati Uniti, in poco più di un mese, la Presidenza Trump ha azzerato, con i decreti esecutivi firmati a favore di telecamere, gli impegni assunti dalle amministrazioni precedenti per il contenimento del cambiamento climatico, reiterando l’uscita dagli accordi di Parigi e deregolamentando l’attività di esplorazione dei combustibili fossili al grido di drill, baby, drill! Come si sia potuto giungere a un tale cambio di prospettiva in così poco tempo è difficile da comprendere. Da una parte ha senza dubbio influito un processo di transizione ecologica, non adeguatamente gestito sul piano degli ammortizzatori sociali, i cui costi hanno iniziato a scaricarsi sulle fasce dei lavoratori operanti nei settori a maggior rischio di sostituzione. Dall’altra, gli interessi di alcuni comparti produttivi, minacciati dalla transizione, o, meglio, costretti a profondi e onerosi cambiamenti per rispettare i parametri di sostenibilità, si sono via via fatti sempre più largo. Una certa propaganda politica, abbondantemente condita con informazioni false e allarmanti, ha fatto il resto: il “qui e ora” ha soppiantato un pensiero proiettato al futuro, gettando sull’idea della transizione ecologica lo stigma del “capriccio delle élite”. Di certo, quali che siano le cause più o meno concrete di questa situazione, la sconfitta sarebbe non solo ecologica, ma anche sociale e generazionale. Ci troviamo in un passaggio cruciale del processo di transizione ecologica, del quale non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti di un punto di flesso ascendente o del vertice di una parabola concava, cioè di un temporaneo rallentamento o dell’inizio del declino. Ispirati da un sano ottimismo, e rifacendoci alla famosa frase della commedia di Eduardo De Filippo, “Napoli milionaria”, ci piace pensare che, semplicemente, addà passà ‘a nuttata!

Dalla rivista fondazioni gennaio – marzo 2025